lunedì 23 maggio 2011

Quando cade la foglia di fico che copriva le vergogne del potere

Sono tante le metafore che si potrebbero usare per descrivere o dare un'idea rappresentativa di ciò che sta accadendo in Italia alla vigilia di questa seconda tornata elettorale. Si potrebbe usare la metafora di un potere di governo che frana, quella di una diga che crolla, quella della caduta degli dei o del crepuscolo che cala su Palazzo Chigi, il crollo di un regno; si potrebbero usare metafore storiche: la notte dei lunghi coltelli, la Caporetto del governo, l'8 settembre del '43, la giornata di Liberazione; metafore cinematografiche: Le dieci giornate di Salò, Sodoma e Gomorra, Tutti a casa.
Vedremo come nei prossimi giorni giornali e telegiornali non mancheranno di sbizzarrirsi per trovare la metafora più efficace quella che meglio riesca a dare l'idea di ciò che sarà avvenuto in Italia la sera del 30 maggio. Ci sarà da divertirsi a indovinare quale sarà quella che meglio riuscirà ad esprimere il sentimento del paese. Io qui ne avanzo una, e lo faccio prima perché dopo, a conti fatti,  post festum, è troppo facile inventarne qualcuna. Faranno a gara per trovarne una.
La mia metafora è questa: la foglia di fico. Sono convinto che è una metafora che piacerà a molti anche perché evoca sottilmente qualcosa che negli ultimi tempi ha riempito le cronache politiche e giudiziarie.
La foglia di fico finora è riuscita a nascondere le vergogne del potere. E questa foglia era intessuta dal cosiddetto consenso che fino a qualche mese fa non era mancato a questo governo. In nome di questo consenso ricevuto ogni arroganza veniva legittimata. Forte delle virtù taumaturgiche del premier, che aveva dato ai suoi l'illusione che il consenso fosse qualcosa che non poteva mai mancare in ogni occasione, gli esponenti del centrodestra potevano presentarsi ovunque esibendo una buona dose di facciatosta e d'arroganza: non temevano più niente.
Qualsiasi critica veniva avanzata loro potevano sempre trincerarsi dietro l'argomento del consenso ricevuto; era come se dicessero: "parlate, parlate, tanto alla fine gli italiani votano noi". L'umiltà, dote molto apprezzata, era una parola del tutto sconosciuta. L'abbiamo registrato anche in occasione degli ultimi commenti. Chiunque si sarebbe aspettato un minimo di autocritica, di presa d'atto della volontà elettorale. Invece abbiamo assistito per l'ennesima volta a un'altra dose massiccia d'arroganza: abbiamo pareggiato e dove abbiamo perso possiamo recuperare. Un bagno d'umiltà sarebbe stata un buon viatico per una ripresa di credibilità. Chi riconosce i propri errori o le proprie sconfitte è sempre una persona degna di rispetto, a prescindere da come la pensi. Ma l'arroganza li ha accecati a tal punto da non capire che il consenso non è un fatto automatico e naturale. Ormai si erano cullati nell'idea che qualsiasi cosa facessero o qualsiasi limite di decenza o di indecenza superassero comunque venivano alla fine premiati nelle urne, grazie a quelle ipotetiche e tante sbandierate virtù taumaturgiche del premier. Ora che il consenso, e quindi la foglia di fico che copriva le loro vergogne, comincia a scemare, ecco che appaiono disorientati, frastornati, suonati. Si erano abituati all'idea di un consenso immarcescibile, eterno, ed ecco che, nel momento in cui viene a mancare, questi uomini e queste donne non sanno più misurarsi con la realtà, non sono più capaci di rinunciare ad essere arroganti. Il messaggio che arriverà dalle urne sarà inequivocabile: cari signori del centrodestra un bagno di umiltà ogni tanto vi fa bene.


Ps. C'è un'altra foglia di fico che ha coperto le loro vergogne: quella del potere dei media. Su questa foglia ancora possono contarci.



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