venerdì 27 maggio 2011

Vittimismo d'accatto. La strategia comunicativa del premier

Il 21 maggio scrissi questo post La prepotenza mediatica riuscirà  invertire la rotta?, che finiva così: «Una previsione semplice semplice possiamo farla: se nella prossima settimana registreremo una diminuzione verticale dei suoi comizietti televisivi vuol dire che ha preso atto che la strategia comunicativa era sbagliata e che non ha dato l’esito sperato. Insomma, che per la vittoria elettorale la sua presenza massiccia e prepotente non costituisce più un valore aggiunto, anzi comincia a rappresentare un fattore che danneggia il suo stesso schieramento politico. L’esposizione mediatica rappresenta dunque una buona cartina di tornasole per capire l’indice di gradimento dell’elettore». Come è noto la presenza comunicativa del premier dopo quella massiccia occupazione dei tg si è effettivamente “moderata”, non certo a causa delle multe dell’Agcom (che in altri tempi non avrebbe neanche preso in considerazione), e neanche perché non ha dato gli esiti sperati, che, come avevo anticipato, non poteva assolutamente dare. La “moderazione” mediatica aveva in realtà tutt’altro obiettivo, che adesso, collegandolo a quanto è accaduto ieri al vertice G8, m’è apparso del tutto chiaro.
Il cavaliere sapeva benissimo che dopo quella invasione massiccia nei tg ci sarebbe stata una reazione negativa. Secondo me, era stata artatamente combinata in quella maniera così “provocatoria” proprio perché si voleva che venisse sanzionata. Scattata la sanzione si poteva mettere in atto la seconda parte del piano, quella di poter dire: “Mi impediscono di parlare”. Più che sull’effetto che quelle interviste potevano avere nel convincere l’elettorato, avevano lo scopo, dopo la sanzione inevitabile, di poter rilanciare la sua carta preferita, quella risultata vincente in altre competizioni elettorali: la carta del vittimismo.
Consideriamo l’uscita di ieri al vertice G8: cosa s’aspettava Berlusconi che Obama desse veramente credito alle sue persecuzioni giudiziarie? Lo scopo, anche in questo caso, è ben altro: presentarsi ancora una volta come vittima, ma non agli occhi del mondo bensì del paese. Ascoltando un po’ di giudizi mossi in sua difesa, la linea è questa: vedete non può neanche sfogarsi un attimo con qualcuno che tutti gli danno addosso! Si decontestualizza la modalità d’approccio messa in atto dal premier per avvicinare Obama, e si focalizza tutta l’attenzione sul momento dello sfogo.
Anche in questo caso, come nel precedente, sta facendo leva sull’arma del vittimismo. Insomma, il ruolo del perseguitato, secondo le sue valutazioni, è quello che gli può giovare di più in questo scorcio di campagna elettorale in termini di recupero di voti dal suo tradizionale elettorato. Questa è la modalità che il premier ha scelto con il “suo” elettorato in questa fase, e credo anche che su di esso, demotivato in questo momento, qualche presa faccia, anche perché, e lo dico con rispetto, i suoi avversari non hanno capito quale sia il vero scopo di queste mosse.




Ps. riporto questo articolo di Mario Ajello apparso su' Il Messaggero giovedì 26 maggio; qui si parla di Vittimismo d'attacco, ma credo che sia più appropriato parlare di Vittimismo d'accatto.
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