martedì 31 maggio 2011

Crisi della sinistra, blocco sociale, Franco Cassano

Caro Oude, qualcosa alla sinistra, qualche mese fa, avevo dedicato, ma lo avevo fatto alla maniera tradizionale, applicando le solite categorie della politologia. Tra non molto, compierò un cambio di passo, cioè lo farò applicando le mie categorie. Se finora non mi sono cimentato nell'analizzare le dinamiche del centrosinistra, l'ho fatto per una ragione ben precisa: i suoi "destini" - come del resto quello di tutti gli attori sociali sulla scena politica - sono legati alla fine del berlusconismo.
Come ha affermato qualcuno saggiamente con la fine del berlusconismo - inteso come orizzonte politico e non "culturale", che, ahimé, continuerà a resistere ancora per qualche decennio -  finirà anche l'antiberlusconismo, e s'apriranno scenari nuovi. L'intero quadro politico cambierà. Non a caso ho paragonato questa fase politica alla stagione di "Mani pulite", quando il paese fu preso da un'ansia di cambiamento e di rinnovamento (e poi sappiamo come andò a finire). Anche in quella stagione la sinistra non fu capace di interpretare la domanda di cambiamento che arrivava dal paese, nonostante che avesse "il vento in poppa"; domanda che invece fu in grado di intercettare proprio Silvio Berlusconi, che in quegli anni apparve come l'elemento nuovo che scompaginava i "vecchi" giochi della politica.  Adesso non sto qui a discettare sulle ragioni del perché lui fu capace e la sinistra no, sta di fatto che le cose andarono così (e la tua citazione sulla Tuileries è più che appropriata!). Ora, non si tratta nemmeno di dire che all'orizzonte, dopo Berlusconi, ci sarà un altro demagogo pronto a prenderne il posto (anche se non è un'ipotesi da escludere, dal momento che in Italia pare che siamo vittime ciclicamente di questi figuri), ma di domandarsi: riuscirà questo centrosinistra a tradurre propositivamente questa domanda di cambiamento che sale nel paese, o preferirà crogiolarsi nella sua "effimera" vittoria e pensare di vivere sugli allori guadagnati? Il blocco sociale del centrodestra si trova nella medesima situazione di smarrimento e di disorientamento in cui si è trovato negli anni di "mani pulite", ma sono bastati pochi mesi per ricompattarsi e trovare la strategia politica vincente. Non bisogna dimenticare che uno dei difetti maggiori del centrosinistra è di essere a conti fatti una forza minoritaria nel paese, e che quando vince non vince perché ha allargato il consenso, ma vince perché l'elettorato di centrodestra è nauseato dei suoi rappresentanti. Da tutti i commenti che ho sentito, ho capito che gli esponenti del centrodestra sono perfettamente consapevoli di ciò. Ecco perché per costoro, in questo momento, il problema è di sgombrare il campo da un personaggio ingombrante ed imbarazzante, e soprattutto di trovare la strada giusta per farlo.



Perché la sinistra è minoritaria nel paese (scritto il 27 febbraio 2010)


In questo intervento risponderò alla domanda perché la sinistra italiana è storicamente una forza minoritaria nel paese, perché non è mai riuscita a tradurre la sua egemonia culturale in una vera e propria egemonia politico-sociale, tale da attrarre e coagulare i segmenti disgregati del paese in un blocco sociale più forte e coeso e da porsi alla direzione e al governo della società. Per rispondere a questa domanda, prendo in esame un interessante capitolo che il sociologo Franco Cassano ha dedicato all’Italia di Berlusconi, Fuori controllo: l’Italia di Berlusconi (in Homo civicus. La ragionevole follia dei beni comuni, 2004). In questo capitolo, il sociologo mette a fuoco i due blocchi sociali attorno ai quali si è concentrato il consenso di colui che vota a destra e di colui che vota a sinistra. Schematicamente, il primo blocco è quello rappresentato dall’«Italia delle partite Iva, delle piccole e medie imprese, marginali e non, dei giovani professionisti rampanti, di un mondo in cui le pulsioni del mercato sono più forti e talvolta legate alla lotta per la sopravvivenza». Questo blocco sociale è ben incarnato e rappresentato dall’attuale presidente del consiglio, il quale, «in modo talvolta furbo e talvolta arrogante, non solo rispecchia tutte le debolezze del paese, ma pensa di usarle a proprio favore», quindi lo rispecchia in modo perverso tale da coincidere «con la rinuncia a qualsiasi capacità di miglioralo, con una sorta di resa di fronte ai vizi nazionali, e l’abbandono di qualsiasi capacità progettuale». L’effetto di questo tipo di governo, continua il sociologo, è «tale da spingere il paese verso un declino forte e drammatico, specialmente se si pensa che, a livello internazionale, il vuoto lasciato da tali debolezze viene riempito dall’iniziativa altrui».
La filosofia politica di questo modo di fare e di concepire la vita pubblica, Cassano la riassume nello slogan Nessuno mi può giudicare, come cantava Caterina Caselli negli anni Sessanta. In questo slogan si riconosce tutto un «popolo», costituito dal piccolo commerciante e dal piccolo imprenditore, dall’avvocato e dal giovane broker, dal pensionato che ha aggiunto un altro piano alla sua casa e da tutti coloro che evadono il fisco più o meno sistematicamente e sono in attesa di condoni. A costoro, il sociologo aggiunge «tutti i giovani emergenti in mestieri duri e competitivi, dove per farsi largo bisogna avere grinta, pochi scrupoli e saper prendere decisioni spesso brusche e rischiose». Il blocco sociale che guarda a sinistra è quello legato «ad una fase ben precisa della modernità, al fordismo, allo stato keynesiano, a quello che Bauman chiamerebbe “società solida”». Questo blocco sociale è organizzato attorno al lavoro dipendente, sia esso operaio o intellettuale, e « ruota intorno a parole d’ordine incentrate sulla prevalenza dell’interesse pubblico e della difesa della legalità, e che sul piano ideale si rappresenta nell’indignazione etica e nella difesa dei valori della costituzione repubblica». Mentre il primo blocco è «caratterizzato da un forte tasso d’individualismo, con una confidenza con tutte le strategie utili per aggirare la legalità», il secondo blocco è estraneo a queste pratiche, non perché «moralmente superiore» o perché si ritiene «superiore a questi trucchi», ma «perché delega alle associazioni collettive la propria difesa e quindi non negozia privatamente il proprio reddito». 

Se facciamo la sintesi di tutti questi tratti particolari, rappresentati dal blocco sociale che vota a destra, non è difficile riconoscere che sono gli stessi con i quali Bauman definisce la società liquida, anche se, come abbiamo visto, si tratta di una liquidità perversa. Nella sua prima fase, la modernità liquida ha avuto la funzione di scardinare la fedeltà alle vecchie tradizioni, che impedivano ogni spirito di iniziativa, di liberarsi «dalla zavorra con cui il vecchio ordine opprimeva gli artefici di tale compito», cioè di liberarsi dalle pastoie dei doveri familiari e dal denso tessuto di obblighi etici». Nella sua seconda fase, quella nella quale viviamo, «i poteri di liquidazione sono passati dal “sistema” alla “società”, dalla “politica” alla “politica della vita”, oppure sono scesi dal livello “macro” a quello “micro” di coabitazione sociale»: «Di conseguenza, il nostro è un tipo di modernità individualizzato, privatizzato, in cui l’onere di tesserne l’ordito e la responsabilità del fallimento ricadono principalmente sulle spalle dell’individuo». Anche il lavoro, privato di quella rete di protezione che il modello fordista era riuscito a creargli intorno, «ha perso la centralità attribuitagli nella galassia dei valori dominati dell’epoca della modernità solida e del capitalismo pesante». Nella società liquida, tutte le occupazioni sono esposte al rischio, ma lo sono ancor più quelle occupazioni che non godano di alcuna forma di protezione sociale, e che sono maggiormente soggette alle fluttuazioni del mercato: «La vita lavorativa è satura di incertezza. Si potrebbe affermare, naturalmente, che questa situazione ha ben poco di sorprendente, che la vita lavorativa da tempo immemorabile è fortemente caratterizzata dall’incertezza; tuttavia di oggi è di un genere straordinariamente nuovo» (Bauman, La società individualizzata).

Ora, bisogna analizzare come ciascuno dei due blocchi sociali guarda e percepisce se stesso e come guarda e percepisce l’altro blocco. Da questa “reciprocità di sguardi” possiamo capire il perché questi due blocchi parlino linguaggi completamenti diversi che non solo non permetta loro di comunicare, ma addirittura sembrano appartenere a due paesi completamente diversi e distanti tra loro. Infatti, a volte sembra che ciascun membro, appartenente indifferentemente all’uno o all’altro blocco, voglia esprimere la sensazione di vivere in un paese straniero, come se, al di là della legittima difesa dei rispettivi interessi o “valori” dichiarati, mancasse un comune senso di appartenenza civile, come invece accade normalmente negli altri paesi occidentali, ma non solo. Questi due blocchi vivono una sorta di guerra civile strisciante, non dichiarata, l’un contro l’altro armato, che combattano non con la armi della critica, ma con la critica delle armi (basta dare un’occhiata a quanto accade nelle televisioni e nella stampa quotidiana dove si sprecano le accuse reciproche). 
Anzitutto, il blocco che vota a destra percepisce se stesso come quello che si deve quotidianamente confrontare e misurare con il mercato e che deve difendersi da una burocrazia invasiva e da uno Stato fiscale opprimente, e che ha come unico modo per aggirare tutti questi ostacoli quello di mettere in atto una guerriglia fatta di piccoli cabotaggi, aggiramenti, elusioni, evasioni. Questo blocco invoca uno Stato meno invasivo, pervasivo, uno “Stato leggero”, con scarsi “beni pubblici”, scarsa “educazione pubblica”, scarsa “sanità pubblica”, e una maggiore privatizzazione dei servizi, non perché sono ritenuti più efficienti, ma perché sono considerati meno costosi per la collettività, e che invoca meno controlli, soprattutto, percepiti come una zavorra al libero sviluppo dell’impresa (non a caso si è parlato di revisione dell’articolo 41 della Costituzione, quello che recita che l’iniziativa economica privata è libera, ma che «on può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana»). Questo blocco sociale di destra percepisce «il blocco sociale di sinistra come corporativamente rinchiuso sui “privilegi” ereditati dal Welfare State, abituato ad orari di lavoro che garantiscono tempo libero necessario alla partecipazione politica, con un livello di istruzione più alto, e con gusti educati al consumo ideologicamente corretto. La condizione di vita del blocco sociale di sinistra viene così percepita come protetta e lontana dalla “vita vera”, che è invece piena di compromessi e di scelte ambigue» (Cassano). Insomma, il blocco di sinistra viene percepito come un blocco composto da “ceti privilegiati”, venato da uno «fastidioso snobismo di massa», chiuso nel suo corporativismo sociale e pronto a dare lezione di vita da una posizione comoda e “superiore”. È un blocco sociale, secondo il punto di vista della destra, che non ha bisogno di confrontarsi quotidianamente con i problemi di sopravvivenza della propria azienda, della propria piccola impresa in quanto vive al riparo del lavoro dipendente. Per converso, il blocco sinistra è quello che si pone a difesa dei beni pubblici, della legalità, dei valori collettivi, che guarda allo Stato non come un gendarme da cui difendersi, ma come un luogo di composizione degli interessi pubblici e privati. Questo blocco guarda al blocco di destra come composto di furbi e disonesti, pronto ad aggirare le regole comuni pur di far prevalere i propri interessi privati su quelli collettivi, un blocco che non si preoccupa affatto del bene pubblico, ma soltanto della propria sfera di interessi, e che ha trovato nell’attuale leader non solo il suo campione ma soprattutto la sua punta più scoperta di questo sfascio selvaggio del bene pubblico. 

In un mondo in cui, come ho affermato in un altro luogo, il mondo della produzione ha perso la sua centralità, il blocco sociale, rappresentato dalla sinistra non può che essere percepito che come blocco minoritario nel paese. Per alcuni versi, le critiche avanzate dal blocco di destra non sono del tutto campate in aria. Rappresentare il blocco di sinistra come un blocco di “privilegiati”, chiuso nelle sue difese sindacali e collettive, non è un messaggio difficile da far passare all’interno del corpo sociale. In fondo, quando Berlusconi definisce questo blocco come un “blocco comunista”, per quanto il linguaggio possa apparire anacronistico e del tutto propagandistico, in realtà sta dicendo con termini inappropriati e desueti proprio ciò che la sua parte politica percepisce di esso. Voglio dire se la rappresentazione che dà di esso può sembrare a una mente politica di sinistra una rappresentazione caricaturale, a una mente, il cui cuore batte a destra, appare come una rappresentazione concreta e più reale di quel che può sembrare. Da questo punto di vista non mancano timidi tentativi da parte di alcuni leader di sinistra di non identificarsi completamente nel blocco sociale che finora ha rappresentato, e di rivolgersi a spezzoni sociali distanti dalla sua base consensuale. Capisco anche che l’operazione non è così facile, perché si tratta di rimodulare l’intero blocco sociale che finora è riuscito a rappresentare. Tuttavia, dal mio particolare punto di osservazione, se la sinistra non vuole continuare a consegnare il paese a un blocco sociale che anziché farlo crescere economicamente e culturalmente lo fa precipitare in un lento e inesorabile declino, deve prima o poi fare i conti con il suo blocco sociale storico, andare oltre i limiti storico-sociali del suo tradizionale serbatoio elettorale, e cominciare a prospettare un orizzonte di vita che vada al di là della difesa dei propri interessi, a comprendere che esiste anche un'altra Italia, umile, quella dei «mille lavori difficili e dispersi», che finora si sono create le loro garanzie, «scavando delle nicchie nel ventre molle di una società permissiva» (Cassano), perché non ha trovato nella sinistra un interlocutore capace di dialogare con loro, una sponda a cui aggrappare le loro incertezze. 
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