martedì 31 maggio 2011

Il paradosso in politica: come comunica un leader-proprietario con il suo partito-azienda



Proviamo ad immaginare in quali condizioni si trovi oggi il gruppo dirigente del Pdl nei confronti del suo “leader-proprietario”. Possiamo condensare questa situazione con una espressione ripresa da Gregory Bateson: una situazione “paradossale”. Questa situazione paradossale è prodotta da un “doppio legame”. Come spiegano gli autori della Scuola di Palo Alto, «due o più persone sono coinvolte in una relazione intensa che ha un alto valore di sopravvivenza fisica e/o psicologica per una di esse, per alcune, o per tutte» (Watzlawick et alii, Pragmatica della comunicazione). Teniamo fermi i termini “alto valore di sopravvivenza” per comprendere questa dinamica paradossale. In questo contesto, il leader-proprietario dà al “suo” partito un messaggio paradossale, un messaggio che dev’essere disobbedito per essere obbedito (del tipo: Sii spontaneo, tu mi devi amare, ecc). Si tratta, insomma, di un’ingiunzione paradossale. Il messaggio è questo: «Insieme [sottinteso: con me come leader] si vince». Ora se il partito obbedisce al messaggio, il partito continuerà a perdere; se, invece, disobbedisce al messaggio (“per vincere non possiamo restare insieme”) il partito si frantuma, e con la frammentazione rischia di perdere lo stesso.
Il leader detta la linea al suo partito: anche se abbiamo perso comunque io resto. In un rapporto “normale” tra il leader e il suo partito le cose si svolgerebbero così: tu, come leader, sei stato sconfitto, tu devi lasciare la guida del partito. Non solo, ma non deciderebbe nemmeno chi debba essere il coordinatore. Sono atti che si compiono quando si è vincitori, non quando si è sconfitti. Anzi, è un atto che dimostra ancora di più agli occhi del partito come si vede il suo leader, ossia come leader-proprietario.
Non abbiamo a che fare con un partito "normale", ma siamo in presenza di un partito che ha sviluppato con il suo leader-proprietario una relazione “patologica”. Il partito si è trovato (dopo la batosta elettorale di ieri) davanti a questa ingiunzione paradossale: “se lui resta, continueremo a perdere”, ma “se lui non resta, perderemo l’unità del partito, e quindi siamo comunque destinati ad essere sconfitti” (la frammentazione indebolirà necessariamente il centrodestra). Cosicché il partito si trova a ragionare entro lo schema stabilito dal suo “leader-proprietario”, e ha soltanto due alternative: obbedire alla volontà del leader e naturalmente continuare a perdere le elezioni (e quindi disobbedire al suo messaggio); oppure, rifiutare di obbedire e perdere l’unità del partito. Nel primo caso, la dirigenza del partito pagherebbe l’accondiscendenza nei confronti del leader subendo una ulteriore punizione da parte del “proprio” elettorato; nel secondo caso, pagherebbe l’insubordinazione con una frammentazione del partito (il “leader-proprietario” potrebbe minacciare di fare subito un altro partito lasciando fuori tutti gli insubordinati: la “scissione” con Gianfranco Fini – a parti rovesciate – bisogna saperla leggere in questa chiave paradossale. Con la differenza che si trattava di una ristretta minoranza, la cui fuoriuscita è stata valutata come non significativa).
La soluzione per il partito sarebbe che il leader-proprietario lasciasse “spontaneamente” la guida del partito, ma sa bene che non lo farà perché non ci guadagnerebbe niente da questa scelta e avrebbe invece tutto da perdere. Come si può osservare, qualunque soluzione il partito volesse intraprendere rischia in ogni caso di sbagliare: sbaglia se decide di continuare sulla stessa linea, e sbaglia anche se decide di “costringerlo” alle dimissioni. Ecco perché, come ho detto all’inizio, i protagonisti di questa dinamica si trovano a vivere una condizione paradossale. Il perché siano andati a finire in tale situazione è sotto gli occhi di tutti. Dal momento che il partito e il suo leader hanno stabilito un legame di tipo complementare (sovra/subordinazione), era inevitabile che prima o poi si sarebbero venuti a trovare in una situazione paradossale. Ovviamente, dal momento che qualunque decisione prenda rischia di sbagliare, la paralisi nei loro rapporti sarà uno sbocco inevitabile: né il leader né il partito avranno il coraggio di fare una mossa che contraddice la loro esistenza. Ma la paralisi, causata da questo doppio legame è la soluzione peggiore; alla lunga si rivelarà sempre più insostenibile e rischia di generare un atteggiamento sempre più schizofrenico nei confronti della realtà (ossia di rifiuto della realtà). L’unica via d’uscita sarebbe quella di “convincere” il leader a lasciare senza minacciare di rompere l’unità del partito. Diciamo che lui potrebbe anche uscire di scena, se in cambio ricevesse “garanzie” precise dal suo partito. Ma l’unica garanzia che potrebbe convincerlo a fare un passo di questo tipo è una sorta di “immunità”, che in questo momento il partito non è in grado di assicurargli. Su questo punto il partito potrebbe tentare di mediare un accordo tacito con le opposizioni. Ma anche questa soluzione non è praticabile. Non credo che in questo momento possa esserci un’opposizione che possa fare da sponda alla richiesta di immunità del leader-proprietario. L’altra soluzione per evitare la paralisi sarebbe quello di stringere una sorta di “patto di fedeltà” tra tutti i big del partito, cioè “giurare” di rimanere uniti nel momento in cui decidono di “sfrattarlo” dal partito (e anche dal governo). Ma anche questa soluzione sarebbe un palliativo, perché il leader li scavalcherebbe immediatamente parlando direttamente al suo elettorato.
Riassumiamo:
primo scenario: la paralisi dei rapporti;
secondo scenario: garanzie immunitarie in cambio di rinuncia alla leadership.
terzo scenario: patto di fedeltà (congiura) per far fuori il leader.
Il primo scenario è logorante; il secondo è impraticabile; il terzo è troppo rischioso.
Cosa rimane dunque da fare per sfuggire a questa situazione paradossale? Resta soltanto questa strada: disobbedire al leader. In sostanza dopo aver valutato i pro e i contro si renderanno conto che l’unico modo per uscire dall’impasse è mettere nel conto una scissione. L’unica soluzione che rimane è quella
1) di richiamarsi alle regole del partito
2) convocare un Congresso straordinario

3) nominare un nuovo leader e mettere in minoranza quello attuale; a questo punto se la minoranza non accetta le decisioni della maggioranza subirà lo stesso trattamento che a sua volta ha dovuto subire Fini. Insomma, per uscire da questa situazione paradossale una piccola scissione bisogna metterla in conto.
Si può uscire da una ingiunzione paradossale non salvando capre e cavoli, ma scegliendo il male minore, e in questo momento rinunciare al proprio leader-proprietario nel caso in cui non accetti la linea del partito rappresenta il male minore. Altrimenti non rimane che un lento e inarrestabile logoramento. 
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