martedì 10 gennaio 2012

Il supermarket della politica. Ma cos’è la destra, che cos’è la sinistra?



A metà degli anni Novanta, Giorgio Gaber cantava ironicamente: “Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra…"
Il cantautore, con il dilagare del berlusconismo nei gangli vitali della società, avvertiva che qualcosa di nuovo stava emergendo nello sclerotico panorama politico italiano. E alla maniera che soltanto i grandi artisti sanno fare, quella sensazione fu immediatamente tradotta in un brano musicale davvero graffiante. Non ne eravamo coscienti, ma in quegli anni, la politica, come la religione, si stava secolarizzando. Nel nuovo scenario, come le religioni istituzionali non si sarebbero più fondate su valori tradizionali socialmente condivisi e retti da meccanismi consolidati come la tradizione o la memoria (cfr. G. Filoramo, Che cos’è la religione), così anche gli schieramenti politici, che per quasi cinquant’anni avevano dominato questo scenario, cominciano a conoscere un lento e inesorabile processo di smottamento.
Il sociologo americano Peter Berger scriveva che nel nuovo scenario creato dalla modernità la religione non è più un destino, ma una scelta e qualcuno parlò di supermarket delle fedi: determinanti diventano la scelta dei consumatori e il loro “consumo”, legati al prodotto che maggiormente interessa e non più alla conservazione di una fede religiosa (Filoramo). La rete, con la nuova agorà creata da Internet, contribuì fortemente alla diffusione di questo supermarket delle fedi. Lo spazio virtuale azzerava le memorie culturali delle differenti tradizioni religiose, e contribuiva a creare dei bazar spirituali dove ognuno poteva costruirsi la propria personale fede religiosa senza badare alla sua coerenza interna. La rete rendeva possibile amalgamare pezzi presi da culti religiosi diversi e distanti per tradizione e memoria, e a originare un proprio culto personale più corrispondente al latente narcisismo tipico dell’individualismo contemporaneo. Anche in questo caso, dunque, nacquero “le religioni fai da te”.
Sebbene con qualche ritardo, lo stesso fenomeno si stava verificando nello scenario politico. Con la differenza che in questo scenario, rispetto a quello religioso, il mutamento era molto più lento, e, di conseguenza, meno percepibile a livello sociologico. Le prime categorie a farne le spese furono proprio la classica distinzione tra “destra” e “sinistra”. Come è noto questa distinzione nacque durante la Rivoluzione francese e si consolidò nel corso dei due secoli successivi. Declinate in modi diversi queste parole avevano un significato preciso: dichiararsi di destra o di sinistra implicava e significava avere comportamenti e fare scelte ben definite. Il sistema di valori, di partecipazione, di riflessioni, al quale ciascuno si richiamava, per definire la sua appartenenza politica, era distinto e inequivocabile. Essere di destra o essere di sinistra, dichiararsi nell’uno o nell’altro “campo”, significava soprattutto contrapporre a uno “stile di vita” un “altro” stile di vita. Al di là, dunque, di come questo “stile di vita” si traduceva a livello elettoralistico, ciò che è importante segnalare era la diversa concezione e pratica del mondo che tale stile implicava.
Le analisi politologiche, ancorate ai loro tradizionali metodi di indagine, quando parlano di “crisi della politica” che investì la società italiana negli anni Novanta, fanno riferimento al mutato quadro internazionale, al mancato rinnovamento del sistema dei partiti, e al logoramento del rapporto elettori-partiti. Anche all’attuale crisi di rigetto del sistema dei partiti, che stiamo vivendo in questi mesi, viene data una lettura “etica”, traducendola in un moto di indignazione verso quelli che sono considerati gli sprechi e le sacche di privilegi della classe politica. Voglio dire, a questa crisi si dà una lettura tutta interna al sistema dei partiti e della rappresentanza politica. In realtà, a mio parere la crisi è molto più profonda, e la stessa intolleranza mostrata nei confronti della rappresentanza politica è soltanto un sintomo di un disagio più profondo. Una delle cause di questo disagio è da rintracciare proprio nel fatto che non è più possibile praticare uno “stile di vita” espressione di una appartenenza politica ben identificabile. Gli stili di vita politica si costruiscono con segmenti sparsi e ripresi ora da questa ora da quella concezione politica senza affatto badare al valore della coerenza, della unitarietà e della coesione interna. Si tratta di stili “ibridi”, composti da segmenti diversi e opposti. Ad esempio, sull’azione sindacale si può avere un atteggiamento favorevole, mentre si può essere liberisti nell’azione economica, intolleranti nei confronti dell’immigrazione, indifferenti alla partecipazione politica, votare ora dall’una ora dall’altra parte, o non votare affatto, nella vita privata si può essere autoritari, permissivi nelle istituzioni pubbliche, invocare leggi severe nei confronti di certi fenomeni devianti ed essere allo stesso tempo irrispettosi nei confronti dei beni pubblici, ecc.


Ecco che diventa difficile definire, come cantava Gaber, “cos’è la destra, che cos’è la sinistra”. Anche la politica, in senso lato, diventa un supermarket, dove ognuno mette nel suo carrello il prodotto che più gli piace, senza più badare né alla tradizione né alla memoria storica dalla quale quel prodotto proviene. Allora non mi sorprende vedere un giovane che si dichiara di “destra” andare in giro con la maglietta del “Che”…, in fondo quell’immagine non ha più né storia né valore, e un “rivoluzionario” diventa un semplice “ribelle” della società dei consumi, anche non si perde occasione per avere l’iPad ultima generazione…
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