domenica 4 dicembre 2011

Etoanalisi, personalità, interazione, tratti prevalenti

Come il lettore avrà avuto modo di intuire, talvolta il grado di astrattezza al quale per necessità devo ricorrere rende poco “fruibile” ciò che affermo. Il mio modo di analizzare il comportamento interazionale vuole essere un contributo non tanto allo studio della persona/personalità, quanto un'analisi delle relazioni. L’ambito è circoscrivibile a ciò.

Anche il comportamento che analizzo è sempre relativo all’ambito relazionale. Tuttavia, l’analisi è estensibile anche ai soggetti (ma lo faccio per via induttiva), in quanto ci sono delle modalità comportamentali che si ripetono in maniera quasi uniforme in determinate circostanze.
E sono ciò che definisco i “tratti prevalenti” che vanno a definire a loro volta gli “stili interattivi”. Talvolta, mi è capitato che, parlando con degli amici, qualcuno m’abbia chiesto quale fosse (secondo me) il suo stile interattivo. Parlo dunque di persone che conosco si può dire da una vita. Ebbene, quando disegnavo il loro profilo non sempre mostravano di riconoscersi in esso: “Come”, mi dicevano, “io sarei un prevaricatore?”; oppure: “Io un competitore? Allora non mi conosci affatto”.
Questo capita spesso con persone che insomma credo di conoscere un po’. Ebbene, parlo di uno stile prevalente, poiché so che ognuno di noi ha in sé incorporato anche gli altri stili. Soffermiamoci su uno di queste modalità, la prevaricazione: in estrema sintesi, si esercita un atto prevaricatore quando s’impone qualcosa a qualcuno, oppure quando si agisce nei confronti di qualcuno senza tener conto del suo punto di vista, come se il punto di vista altrui non esistesse, o fosse del tutto annullato. È chiaro che questo atto non è da analizzare in modo isolato, come se fosse un caso a sé, bensì occorre inserirlo in una lunga catena di scambi interattivi tra due soggetti, insomma all’interno di una relazione tra due persone.
Certo lo stesso atto può essere giudicato da due persone in modo diverso: ad esempio, alla prima può sembrare “normale” agire in un certo modo, alla seconda invece no. Il che vuol dire che la prima persona si è assimilato al punto di vista di chi mette in atto un comportamento prevaricatore, mentre la seconda no. Non è come si suol dire una questione soggettiva, ma si tratta di capire se si ha subito o non subito un processo di assimilazione. La persona che ti passa davanti quando sei in fila allo sportello perché ti fa uscire dai gangheri? Perché appunto non ha rispettato una regola condivisa. Ha agito come se tu non esistessi (non ti ha visto, o forse ha finto di non vederti).
Qui non si tratta di una questione soggettiva. Poi è ovvio che si può “abbozzare” o reagire con rabbia. E questo può dipendere come dici tu dall’umore che si ha quella mattina. Perché abbiamo a che fare con uno sconosciuto. Ma se lo stesso atto viene ripetuto all’interno di una relazione stabile, i rapporti di forza tra le due persone cambiano: sottomissione dopo sottomissione, alla fine siamo portati ad agire come automi, pronti a scattare e a ubbidire al minimo cenno di comando!
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