domenica 4 dicembre 2011

A quale favola preferisci credere quando è in gioco la vita....



La vita, o l’essere in vita, è un ambito non disponibile ad alter: ego può disporre, invece, del suo essere in vita? Domanda cruciale. Se ego non può disporre della propria vita, vuol dire che ego per la vita è un alter, e che il suo essere in vita appartiene a un altro/Ego (che i religiosi usano chiamare Dio, e i laici "comunità"). L’altro/Ego, secondo questa concezione, può disporre della vita in quanto è lui che l’ha concessa ad ego. Sulla terra ci sono uomini che parlano e decretano le loro sentenze in nome e al posto di questo altro/ego che chiamano Dio.

Il Cosmo e l’Universo intero, dicono, è un effetto della sua creazione, anche la vita dunque è un effetto della sua creazione, pertanto a ciascuno di noi è affidata la cura di questo “bene” di cui però non abbiamo la disponibilità. È come se a ciascuno di noi fosse affidata la cura di un bene senza però aver concesso la facoltà di poterlo alienare. Un Ente t’affida un bene, una casa, ad esempio, tu puoi viverci, abitarci, la puoi abbellire, rendere confortevole, ma non la puoi mettere in vendita, perché è un bene la cui disponibilità resta in mano all’Ente. La decisione ultima di toglierti questo bene spetta all’Ente. Tu, in sostanza, non diventi mai proprietario di quella casa. Quel bene, quindi, per te diventa un bene non disponibile. Così è la vita, dicono i religiosi. La decisione ultima spetta a questo Ente divino cui appartiene la sacralità della vita. 

Ora, togliamo di mezzo la “favola” del Dio-creatore: chi dispone, a questo punto, della mia vita? Voglio dire, il mio essere in vita è un “bene” a me disponibile? O è “qualcosa” che “appartiene” alla comunità? In altri termini, se un giorno decidessi di porre fine alla mia vita, la decisione, in sé, sarebbe un “mio” diritto? Perché nel caso in cui io decidessi di “sacrificare” la mia vita per una causa nobile avrei l’approvazione dei miei simili e, invece, tale approvazione verrebbe meno nel caso in cui io decidessi di porre fine alla vita senza esibire alcuna valida ragione? Il motivo sta dunque nel fatto che secondo questo modo di ragionare c’è qualcosa di utile o di dannoso nel darsi la morte? Quanta ipocrisia c’è nel comportamento umano! Se qualcuno pone fine ai suoi giorni sposando una nobile causa, allora la vita diventa un bene di cui ego può disporre, in quanto ha l’approvazione degli altri. Se invece lo fa senza addurre alcuna giustificazione, allora non ne ha diritto. L’argomento esibito è che se la comunità concedesse questo diritto ci sarebbe il rischio di porre fine a se stessa (come se, una volta riconosciuto il diritto al suicidio, tutti lo praticherebbero!). Dal punto di vista dell’autodifesa, la comunità riconosce tale diritto soltanto in casi eccezionali (uno che si sacrifica per salvare la vita degli altri), tuttavia, se riconosce tale eccezione, implicitamente, riconosce che la vita è un bene disponibile ad ego. Nessuna comunità può oggi imporre a qualcuno di sacrificare la propria vita per salvare quella degli altri. La decisione ultima spetta soltanto ad ego. Ma se la comunità riconosce in tal caso ad ego la decisione, deve riconoscere a denti stretti che la vita è un bene di cui soltanto ego può disporre.
Tolta di mezzo la favola del Dio-creatore, anche la favola della autodifesa della comunità non ha alcun senso. Non ci resta che la favola di un Ego cui spetta la decisione di come disporre della propria vita, ossia soltanto la favola che racconta di un Ego che ha il potere di decidere se continuare a vivere o morire.
Posta un commento