mercoledì 8 agosto 2012

Contro l'eccesso di notizie e saperi


La vitalità dipende dalla capacità di provare o avere desideri. Il senso di vigore dell’organismo è dato dal superare tutte quelle resistenze che impediscono la soddisfazione del desiderio. È la durata dell’attesa ad accrescere, prima di arrivare alla sua soddisfazione, quel senso di vigore che investe l’essere.

Il desiderio è un’istanza ricorsiva: quanto più il momento della soddisfazione si avvicina tanto più il tendere si intensifica. L’intensità del desiderio è una conseguenza dell’intensità desiderante, e ciò accresce il vigore dell’organismo. 

Dopo l’istante della soddisfazione segue il momento del rilassamento. Uno stato inerziale dell’organismo. La noia subentra soltanto quando non si hanno desideri, impulsi e stimoli che fanno tendere il corpo come una corda d’arco. 

Come la soddisfazione di un desiderio serve a rinvigorire il corpo e l’animo, commisurabile alle resistenze che bisogna superare per realizzarlo, così la sua estrema facilità a svigorirli e a fiaccarli. 

Cosa accade, infatti, quando i desideri possono essere soddisfatti con un minimo sforzo? Quando le cose sono a portata di mano, l’intensità del desiderio diminuisce notevolmente. Quando ciò che soddisfa un qualsiasi desiderio è a completa disposizione, il rischio è che si finisce con l’ingozzarsi, con fare indigestione della cosa desiderata o ambita. Come cibo, qualsiasi qualcosa viene trangugiata a dismisura non perché si ha fame, ma perché ormai l’atto del tendere, del portarlo alla bocca, soverchia lo stesso desiderio sino a trasformarlo in cieca abitudine. 

Sia lo sforzo (minimo) che la cosa afferrata perdono così ogni valore. Ciò può accadere nel campo dell’informazione (fame di notizie), nel campo della cultura (fame di sapere) o nella sfera del sesso (fame di sensazioni eccitanti). Ciò che un tempo veniva avvertito come un bisogno, e assumeva la forma del desiderio, oggi è percepito soltanto come riempimento fine a se stesso. 

La saturazione, l’indigestione, l’afferrare tutto ciò che capita fa perdere il senso del gusto o il “senso critico” di ciò che viene trangugiato. Notizie e saperi per chi deve trangugiarli divengono tutti uguali, o assumono lo stesso sapore. A un certo punto, quando s’arriva alla saturazione, si può persino provare un senso di disgusto o di nausea che porta a rifiutare ogni “cibo” sano o malsano. Provoca, insomma, astinenza o disinteresse. Provando disgusto per ogni cosa, si perde ogni capacità di distinzione. 

Oppure, la forte dipendenza che si acquista nei suoi confronti, completamente avulsa da ogni bisogno, porta a consumare informazioni e saperi in modo meccanico. Ma il loro consumo quotidiano ed eccessivo genera “apatia”, la mancanza di ogni stimolo vitale: ci si sorprende sempre meno, nulla può più stupire, si crea un animo disincantato, scettico, dubbioso. 

La quotidiana dose di sapere o di notizia non serve a soddisfare la nostra fame di informazione o di conoscenza, ma a soddisfare le nostre abitudini. Perciò nei confronti di ciò che trangugiamo con spasmodica avidità non proviamo né un reale amore, né un autentico interesse. Ci si informa o si legge non perché spinti da un reale piacere di conoscere e di sapere, ma perché non se ne può fare a meno, come accade con il cibo, quando viene portato in bocca ogni cinque minuti. Questo bisogno “innaturale” di notizie e di saperi induce chi li produce a trasformare ogni evento banale o interessante in valore-notizia o in un fatto culturale indispensabile, ma ogni notizia prodotta o ogni evento culturale offerto, per eludere la saturazione o la nausea, viene presentato come un piatto forte, necessario alla propria dieta.
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