mercoledì 21 ottobre 2015

Rêverie….

Foto di Jo Pace


Scrivere versi è come scendere nelle cavità interiori dell’anima, colmare vuoti, mancanze, assenze: è il nulla che preme sul cuore. Scriveva il Malte di Rilke che “bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta la vita e meglio una lunga vita, e poi alla fine, forse si riuscirebbe poi a scrivere dieci righe che fossero buoni. Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si fanno già presto), sono esperienze”. Forse per questo io, in tutta la mia esistenza, sono riuscito a scrivere soltanto pochi versi.

Ma ancora non ho capito cosa si prova a guardare qualcosa che sta lontano e che non si può toccare. Perciò la sera, quando ammiro la luna e le stelle, è il loro silenzio ad attrarmi. Loro non parlano, e a volte mi sembra che stanno lì soltanto per ascoltare. Chissà quante lingue, accenti e voci hanno ascoltato nel loro tempo infinito! Voci poetiche e voci disperate! Ma, purtroppo, non si lasciano mai incantare. Del nostro pianto non si commuovono né si dolgono. Forse per questo somigliano tanto alle rose, o a tutte le belle cose!


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