venerdì 21 ottobre 2011

Il talento letterario al tempo del Web


La letteratura al tempo del web
Prima o poi qualcuno la domanda dovrà porsela: fra tanti scrittori e poeti “sconosciuti” che “pubblicano” nei diversi siti “letterari” ce ne sarà qualcuno che un giorno andrà a finire in qualche storia della letteratura italiana?
Personalmente è da qualche anno che metto le mie cose in questi siti, e mi sono reso conto di come il fenomeno sia piuttosto diffuso. È vero che per un verso le potenzialità del medium hanno offerto la possibilità di allargare la propria cerchia amicale favorendo una moltiplicazione esponenziale di questi autori.

Tuttavia è vero anche che molti scrivevano ugualmente senza aspettare l’esplosione del Web. Per quanto mi riguarda, ad esempio, io scrivo poesie, racconti e saggi dall’età di dodici anni. E non credo di essere l’eccezione. Chi precocemente, chi più tardi, credo che fossimo in tanti a scrivere e a inviare i propri testi dattiloscritti agli indirizzi delle varie case editrici. Qualcuno, più fortunato, è persino riuscito ad emergere.
Voglio dire, non è che prima dell’affermazione del Web le persone che scrivessero con questo intento fossero una esigua minoranza, e che soltanto in seguito siano diventate un vero e proprio esercito. Semplicemente è che prima dell’avvento del Web non se ne aveva la percezione, cioè il fenomeno esisteva ma non era così visibile come invece lo è diventato dopo.
Adesso, mettiamo da parte tutte quelle spiegazioni sociologiche che dicono che il fenomeno sia legato alla scolarizzazione di massa che le moderne società hanno conosciuto, e torniamo alla domanda di partenza. Dunque, a occhio e croce, senza aver fatto nessun censimento, posso dire che gli autori che “pubblicano” nei siti siano almeno un centinaio di miglia. Un vero e proprio esercito! Ora, non si tratta di buttarla nel calcolo probabilistico e dire: vuoi che in un esercito di centomila autori non vi sia almeno un Antonio Tabucchi o un Pier Vittorio Tondelli? Forse ve n’è anche più di uno. Ma il problema che mi pongo non è quello di calcolare quanti di questi autentici talenti ci sono in quel esercito, e neanche rispondere alla domanda: quante possibilità hanno questi talenti di emergere da questo esercito? La mia domanda va più a fondo: coloro che pubblicano nel web hanno la possibilità di farsi riconoscere e di essere riconosciuti come autori talentuosi?
Come si può osservare mi pongo il problema da un duplice punto di vista, attivo e passivo: dal punto di vista attivo, mi domando in che modo l’autore può “segnalare” il proprio talento; dal punto di vista passivo, invece, mi domando in che modo il lettore potrà riconoscerlo. Se restiamo all’interno dell’ambito virtuale, posso dire che tale duplice possibilità, di farsi riconoscere e d’essere riconosciuto, rimane piuttosto remota. Dalla mia esperienza, posso dire che gli autori e lettori che si rivolgono al web per scrivere e leggere è una utenza praticamente autoreferenziale, cioè sono abitualmente i medesimi autori a farsi al contempo lettori! Quindi, io autore leggo ciò che altri autori “postano” nel web allo stesso modo in cui questi altri autori leggono ciò che io scrivo.  Detto ciò non è da escludere che ci siano anche lettori “puri”, che non siano contemporaneamente anche autori, ossia internauti che leggono quanto viene scritto nel web e che hanno persino l’opportunità di colloquiare con i propri autori preferiti, ma nel nostro panorama, secondo me, costituiscono una esigua minoranza. Ora, finché sono gli stessi autori che si leggono tra loro e una ristretta minoranza di amatori è difficile che si attivi una procedura di riconoscimento che porti a riconoscere in Tizio o in Caio un nuovo Tabucchi o un nuovo  Tondelli del Web.
Certo ogni autore, in qualità di lettore, può scrivere un “commento” critico (favorevole o sfavorevole) a quanto letto, ma si tratta di un commento “impressionistico”, nel quale il lettore/autore può esprimere il modo in cui ha recepito il testo, ma al di là di questo tono impressionistico non si va. E non si va, come vedremo, in ragioni di difficoltà oggettive non per mancanza di volontà da parte del lettore/autore.
Tuttavia, prima di inoltrarci nell’esame della procedura di riconoscimento nel mondo del web, vediamo come questa si attivava nel mondo editoriale. In sostanza, s’attivava quando si metteva in moto un “circolo interpretativo”. In pratica, quando qualcuno cominciava a “interpretare” con testi scritti ciò che un autore aveva pubblicato. Lo poteva fare con un breve articolo di giornale, una breve recensione, un “elzeviro”. Ognuno di questi interventi critici aveva la funzione di “segnalare” a un pubblico di lettori sempre più ampio la “presenza” di una novità. Non ha importanza sapere quale fosse lo scopo che induceva qualcuno a parlare dell’opera di un autore. Fatto sta che il parlarne attirava su quell’opera l’attenzione di una cerchia sempre più ampia di lettori. Perciò per un autore pubblicare con una casa editrice era una condizione imprescindibile, senza la quale non poteva attivarsi il circolo ermeneutico. Possiamo definire di primo livello questa  attivazione del “circolo ermeneutico”.
Tuttavia, questo primo livello era una condizione, secondo me, necessaria, ma non sufficiente ai fini del riconoscimento di un talento letterario. Occorreva che s’attivasse un secondo livello, messo in moto dall’autorevolezza e dal prestigio dell’interprete. Per fare un esempio, negli anni Sessanta, Antonio Pizzuto, un questore di polizia che dopo l’età della pensione cominciò a pubblicare i suoi romanzi, fu riconosciuto come autore di talento quando la sua opera venne valorizzata da critici prestigiosi quali Gianfranco Contini e Cesare Segre. Da quel momento la sua opera entra in un circuito ermeneutico di secondo livello, che a sua volta viene incrementato da ogni nuovo intervento interpretativo autorevole, che a sua volta ne alimenta un altro ancora, e così via.
È ovvio che affinché questo secondo livello ermeneutico s’incrementi nel tempo, l’opera deve sapersi schiudere a un mondo infinito di significati. Quando inizia lo scavo ermeneutico, magari questo mondo non si svela nell’immediato, ossia nel primo livello, ma a poco a poco e nel corso del tempo comincia a rivelarsi, soprattutto quando l’opera “interagisce” con l’epoca presente, in quanto ne ha saputo anticipare delle tendenze. Con ciò non voglio dire che sia sufficiente l’autorevolezza dell’interprete per attivare un circolo ermeneutico di secondo livello. Se andiamo un po’ indietro nel tempo, ad esempio, nonostante il fatto che il poeta Francesco Gaeta avesse avuto l’avallo autorevole di uno dei più prestigiosi critici letterari dell’epoca, Benedetto Croce – il quale, prediligendo il suo gusto carducciano, contrappose il pessimismo “eroico” di Gaeta a quello “arido” di Gozzano – non per questo tale interpretazione ha attivato un circuito ermeneutico di secondo livello. Attualmente, il nome di Gaeta non è citato in nessuna storia della letteratura italiana, addirittura, possiamo dire, se qualcuno lo cita ancora è soltanto grazie al fatto che Croce gli dedicò qualche recensione.
Ora tutto ciò accadeva (e accade) nel mondo editoriale o nell’opera stampata. Possiamo affermare che le stesse procedure messe in atto in questo mondo possano valere anche nel mondo del web? Vale a dire possiamo stabilire un’equivalenza tra i due mondi? Oppure sussistono delle differenze tali da renderli incommensurabili e quindi da mettere in atto nuove procedure che nulla hanno a che spartire con quelle del mondo editoriale?
E quanto scopriremo nella prossima puntata. Intanto, per restare in tema, chi vuole può suggerire qualche spunto ulteriore.
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