mercoledì 30 novembre 2011

Fenomenologia dell'invito: accettare o rifiutare?


L'uomo veramente libero é colui che rifiuta un invito a pranzo senza sentire il bisogno di inventare una scusa.

Jules Renard

Quando accettiamo qualcosa da qualcuno o quando offriamo qualcosa a qualcuno quali sono le ragioni che inducono a compiere questi atti? Possiamo farlo perché siamo “costretti”; oppure perché ci “conviene”; infine, perché ci “piace”.
Quindi, possiamo farlo per obbligo, per calcolo o per piacere.
Nel primo caso, se siamo costretti, lo facciamo per evitare un eventuale danno;
nel secondo, per trarne un beneficio;
nel terzo caso, per soddisfare un impulso.
Ognuna di queste ragioni, in linea di principio, non esclude l’altra. Tuttavia è difficile pensare che tutt’e tre possano convivere.
Possiamo, ad esempio, anteporre la convenienza alla costrizione; oppure il piacere alla convenienza (unire l’utile al dilettevole), ma non è possibile mettere insieme la coercizione e il piacere.
Occupiamoci soltanto del primo caso, quello in cui si è costretti ad accettare un invito al fine di evitare un danno.
Capita sempre nella vita che ci sia qualcuno che dica: «Se non vieni alla mia festa, mi offendo». In un primo tempo, vi sentite lusingati. L’altro, pensate per un istante, ritiene così preziosa la mia presenza alla sua “festa” che addirittura valuta il mio rifiuto come un’offesa personale. Ma poi vi rendete immediatamente conto che, se volete evitare che l’altro s’offenda, a questo punto non avete scelta: siete “obbligati” ad accettare l’invito.
Allora cominciate a chiedervi: «Perché mai l’altro dovrebbe offendersi nel caso in cui io rifiutassi di accettare il suo invito?». Comincia, dunque, a insinuarsi un dubbio nella vostra mente: «Sono io la persona preziosa o lo è chi mi fa l’invito?». In altri termini, l’invito accresce la vostra persona o accresce la persona di chi fa l’invito?
Quando qualcuno, dopo aver avanzato un invito, conclude dicendo: «Se non verrai, mi offendo», si capisce che dietro una richiesta del genere c’è una minaccia. La persona invitata non è il fine dell’evento, bensì è soltanto un mezzo per la buona riuscita dell’evento. Rifiutare l’invito vuol dire svalorizzare l’evento al quale si è invitati. Dal momento che l’evento rappresenta, in quella particolare circostanza, l’immagine dell’invitante, svalutare l’evento vuol dire svalutare l’importanza di chi ha fatto l’invito. L’offesa, dunque, risiede nel vedersi sminuita la propria “immagine”. La misura dell’offesa dipende anche da quanto prestigio l’invitante attribuisce all’invitato. Maggiore è il suo prestigio più sarà richiesta la sua presenza all’evento.
Il rifiuto o l’accettazione da parte dell’invitato dipende a sua volta da quanta importanza attribuisce a chi fa l’invito. L’invitato valuta l’effetto che un suo eventuale rifiuto può provocare sulla loro reciproca relazione. Se, ad esempio, non gli importa affatto che l’altro possa offendersi, allora vuol dire che non attribuisce alcuna importanza alle sue “minacce”.
Quindi ciò che in questione non è tanto l’accettazione dell’invito, quanto l’eventuale rifiuto. Rifiutare un invito così posto, vuol dire sminuire l’altro. Escludiamo pure che non sia affatto vostra intenzione offendere l’altro e quindi sminuire il Sé altrui, vi rendere conto allora che non avete altra scelta: o accettate, e quindi evitate di offenderlo, o rifiutate e quindi inevitabilmente lo offendete.
L’unica via di fuga che rimane è giustificare il vostro rifiuto con una ragione plausibile, ad esempio, adducendo qualcosa (magari un impegno preso in precedenza) che vi impedisce di accettare l’invito. In tal caso il rifiuto viene motivato da ragioni che non attengono alla sfera personale di chi riceve l’invito. In ogni caso, qualsiasi ragione adducete per rifiutare l’invito deve essere considerata superiore all’invito ricevuto, qualcosa a cui non potete rinunciare. Diciamo, in sostanza, un “obbligo” maggiore precedentemente contratto.
Qualsiasi cosa avevate previsto di fare per quel giorno, a meno che non si tratti di un impegno importante, dovete rinunciarci (se non volete offendere l’altro): se quel giorno avevate previsto di vedere una partita di calcio davanti al televisore, oppure di rimanere a casa a leggere un libro o di starvene semplicemente tutto il giorno a bighellonare, ebbene a tutto questo dovete dire di no se volete evitare di offendere chi vi ha fatto l’invito. Tuttavia, neanche la giustificazione dell’impegno importante o improcrastinabile vi salva del tutto, perché bisogna vedere di che si tratta, cioè bisogna entrare nel merito dell’impegno, in quanto se scegliete di dare la priorità all’impegno contratto in precedenza, anziché all’invito ricevuto, vuol dire che attribuite più importanza al primo anziché al secondo.

2 commenti:

Silver Silvan ha detto...

L'ho letta qualche giorno fa, in un libro di aforismi e poesie appartenuto a mia madre. Qui é perfetta.

L'uomo veramente libero é colui che rifiuta un invito a pranzo senza sentire il bisogno di inventare una scusa.

Jules Renard

Io rendo la vita facile agli altri: a qualsiasi invito antepongo sempre la frase "hai voglia di ..."; la risposta é molto semplice, a quel punto, perchë il punto della questione diventa il fatto di avere voglia o meno di fare qualcosa, non il qualcosa che si dovrebbe fare o la dimostrazione di considerazione nei confronti del richiedente. Ma a me riesce perché non ho bisogno di conferme. Non é per tutti, insomma.

scaglie poetiche ha detto...

L'aforisma di Renard è perfetto, riassume efficacemente il contenuto del post, potrei usarlo come "intestazione"...
grazie Silvan!

A mio fratello Vincenzo...

La mia anima serena come luce che penetra nel cosmo non arriva mai a una meta, ma viaggia solitaria in mezzo a tante nebulose planetarie, e ...