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L'uomo veramente libero é colui che rifiuta un invito a pranzo senza sentire il bisogno di inventare una scusa. Jules Renard |
Quando accettiamo qualcosa da qualcuno o quando offriamo
qualcosa a qualcuno quali sono le ragioni che inducono a compiere questi atti?
Possiamo farlo perché siamo “costretti”; oppure perché ci “conviene”; infine,
perché ci “piace”.
Quindi, possiamo farlo per obbligo, per calcolo o
per piacere.
Nel primo caso, se siamo costretti, lo facciamo
per evitare un eventuale danno;
nel secondo, per trarne un beneficio;
nel terzo caso, per soddisfare un impulso.
Ognuna di queste ragioni, in linea di principio,
non esclude l’altra. Tuttavia è difficile pensare che tutt’e tre possano
convivere.
Possiamo, ad esempio, anteporre la convenienza
alla costrizione; oppure il piacere alla convenienza (unire l’utile al
dilettevole), ma non è possibile mettere insieme la coercizione e il piacere.
Occupiamoci soltanto del primo caso, quello in cui
si è costretti ad accettare un invito al fine di evitare un danno.
Capita
sempre nella vita che ci sia qualcuno che dica: «Se non vieni alla mia festa,
mi offendo». In un primo tempo, vi sentite lusingati. L’altro, pensate per un
istante, ritiene così preziosa la mia presenza alla sua “festa” che addirittura
valuta il mio rifiuto come un’offesa personale. Ma poi vi rendete immediatamente
conto che, se volete evitare che l’altro s’offenda, a questo punto non avete
scelta: siete “obbligati” ad accettare l’invito.
Allora cominciate a chiedervi: «Perché mai l’altro
dovrebbe offendersi nel caso in cui io rifiutassi di accettare il suo invito?».
Comincia, dunque, a insinuarsi un dubbio nella vostra mente: «Sono io la
persona preziosa o lo è chi mi fa l’invito?». In altri termini, l’invito
accresce la vostra persona o accresce la persona di chi fa l’invito?
Quando qualcuno, dopo aver avanzato un invito,
conclude dicendo: «Se non verrai, mi offendo», si capisce che dietro una
richiesta del genere c’è una minaccia. La persona invitata non è il fine
dell’evento, bensì è soltanto un mezzo per la buona riuscita dell’evento.
Rifiutare l’invito vuol dire svalorizzare l’evento al quale si è invitati. Dal
momento che l’evento rappresenta, in quella particolare circostanza, l’immagine
dell’invitante, svalutare l’evento vuol dire svalutare l’importanza di chi ha
fatto l’invito. L’offesa, dunque, risiede nel vedersi sminuita la propria “immagine”.
La misura dell’offesa dipende anche da quanto prestigio l’invitante attribuisce
all’invitato. Maggiore è il suo prestigio più sarà richiesta la sua presenza all’evento.
Il rifiuto o l’accettazione da parte dell’invitato
dipende a sua volta da quanta importanza attribuisce a chi fa l’invito. L’invitato
valuta l’effetto che un suo eventuale rifiuto può provocare sulla loro reciproca relazione.
Se, ad esempio, non gli importa affatto che l’altro possa offendersi, allora vuol
dire che non attribuisce alcuna importanza alle sue “minacce”.
Quindi ciò che in questione non è tanto l’accettazione dell’invito, quanto l’eventuale rifiuto. Rifiutare un invito così posto, vuol dire sminuire l’altro.
Escludiamo pure che non sia affatto vostra intenzione offendere l’altro e
quindi sminuire il Sé altrui, vi rendere conto allora che non avete altra
scelta: o accettate, e quindi evitate di offenderlo, o rifiutate e quindi
inevitabilmente lo offendete.
L’unica via di fuga che rimane è giustificare il
vostro rifiuto con una ragione plausibile, ad esempio, adducendo qualcosa
(magari un impegno preso in precedenza) che vi impedisce di accettare l’invito.
In tal caso il rifiuto viene motivato da ragioni che non attengono alla sfera
personale di chi riceve l’invito. In ogni caso, qualsiasi ragione adducete per
rifiutare l’invito deve essere considerata superiore all’invito ricevuto,
qualcosa a cui non potete rinunciare. Diciamo, in sostanza, un “obbligo” maggiore precedentemente contratto.
Qualsiasi cosa avevate previsto di fare per quel
giorno, a meno che non si tratti di un impegno importante, dovete rinunciarci
(se non volete offendere l’altro): se quel giorno avevate previsto di vedere
una partita di calcio davanti al televisore, oppure di rimanere a casa a
leggere un libro o di starvene semplicemente tutto il giorno a bighellonare, ebbene
a tutto questo dovete dire di no se volete evitare di offendere chi vi ha fatto
l’invito. Tuttavia, neanche la giustificazione dell’impegno importante o
improcrastinabile vi salva del tutto, perché bisogna vedere di che si tratta,
cioè bisogna entrare nel merito dell’impegno,
in quanto se scegliete di dare la priorità
all’impegno contratto in precedenza, anziché all’invito ricevuto, vuol dire che
attribuite più importanza al primo anziché al secondo.
2 commenti:
L'ho letta qualche giorno fa, in un libro di aforismi e poesie appartenuto a mia madre. Qui é perfetta.
L'uomo veramente libero é colui che rifiuta un invito a pranzo senza sentire il bisogno di inventare una scusa.
Jules Renard
Io rendo la vita facile agli altri: a qualsiasi invito antepongo sempre la frase "hai voglia di ..."; la risposta é molto semplice, a quel punto, perchë il punto della questione diventa il fatto di avere voglia o meno di fare qualcosa, non il qualcosa che si dovrebbe fare o la dimostrazione di considerazione nei confronti del richiedente. Ma a me riesce perché non ho bisogno di conferme. Non é per tutti, insomma.
L'aforisma di Renard è perfetto, riassume efficacemente il contenuto del post, potrei usarlo come "intestazione"...
grazie Silvan!
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