Visualizzazione post con etichetta doppio legame. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta doppio legame. Mostra tutti i post

lunedì 6 giugno 2011

La resa dei "conti": Silvio vs Umberto



Giacché questo blog è dedicato agli "scenari futuri", mi sembra interessante esercitarmi su come finirà l'incontro ad Arcore tra il premier Silvio Berlusconi, la delegazione dello stato maggiore, guidato da Umberto Bossi, e il ministro dell'economia Giulio Tremonti. "Un accordo si trova sempre, perché l'alleanza è solida", va ripetendo ai suoi il premier.
E' interessante, ai fini di questo blog, occuparsi di questo vertice per un motivo molto semplice: di solito le mie previsioni si collocano lungo un arco di tempo più lungo, insomma bisogna aspettare un bel po' prima di verificare se la previsione fosse più o meno esatta; poi accade che, trascorso un bel po' di tempo, ci si dimentichi di quanto avevo scritto un mese o qualche settimana prima. D'altro canto, il lettore che capiti qui per caso, leggendo retrospettivamente quanto avevo scritto su un dato argomento, può credere che abbia "manipolato" le cose per meglio farle corrispondere alla realtà dei fatti. Un blog non è un giornale: la pagina non è qualcosa di fisso e immutabile. La pagina di un blog può essere continuamente modificata. Un altro punto vorrei chiarire prima di entrare nel merito dell'incontro di Arcore: non sono un "visionario" o una sorta di veggente; le mie previsioni sono basate su una metodologia che ha nell'interazione tra i soggetti il suo punto focale.

Dunque, per riprendere il discorso del vertice, me ne occupo perché entro oggi si saprà come si concluderà.
Partiamo da questa premessa: gli attori sulla scena non si fidano l'uno dell'altro, ognuno s'aspetta che l'altro gli possa fare qualche sgambetto. La mancanza di reciproca fiducia rende improbabile la cooperazione tra le parti. Questa cooperazione comporterebbe una fiducia al governo da parte della Lega per almeno un altro anno (non dico sino alla fine naturale della legislatura) in cambio di un trasferimento d'un paio di ministeri al nord, di una conferma di Tremonti all'economia e magari anche un incarico di vice-ministro, di un incarico di governo a un altro esponente della Lega (ad esempio, un Castelli alla Giustizia). Il vantaggio per Berlusconi sarebbe di avere un altro anno di tempo su cui poter contare per poter fronteggiare la crisi che si è aperta nel suo partito-azienda.
Lo svantaggio sarebbe che agli occhi di tutti tale cedimento sarebbe interpretato come un ennesimo potenziamento del potere contrattuale della Lega, allo stesso tempo però il premier potrebbe arginare la portata di tali critiche interne esibendo la promessa che il governo andrà avanti sino alla scadenza naturale. 
La Lega, da parte sua, potrebbe giustificare e fare accettare alla base questa rinnovata apertura di credito al governo con il successo ottenuto di qualche ministero in più (che poi alla base leghista interessi davvero ottenere tale "bottino" è un altro discorso - facciamo finta di crederci anche noi).
In questo accordo, ognuno avrebbe qualcosa da perdere e qualcos'altro da guadagnare, ma occorre, ripeto, un clima di  reciproca fiducia, e, allo stato di fatto, questa condizione non sussiste. Con questo accordo ognuno finirebbe con il legarsi  all'altro a doppio filo: la Lega per portare a casa questo bottino dovrebbe dare un'ennesima apertura di credito al governo (rischiando di essere sbaragliata alle prossime elezioni); il governo per avere un altro periodo di respiro dovrebbe arrendersi a tutte le richieste della Lega (rischiando una "sollevazione" interna alla maggioranza: tanti appetiti sarebbero repressi). Insomma, in questo accordo ognuno darebbe l'impressione di lavorare per la "vittoria" (o "la sconfitta", a seconda dei punti di vista) dell'altro. 
In questo clima di reciproca diffidenza ognuno crederà che l'altro tenti a "fregarlo", ecco perché da questo vertice ognuno tenterà di portare a casa il massimo risultato. La Lega vorrebbe avere tutto ciò che s'aspetta subito (la promessa di trasferimento di qualche dicastero, il ministero della giustizia o un altro a un leghista, la vice-presidenza a Tremonti), ma senza pronunciare un impegno solenne a continuare questa legislatura. Nel senso: voi dateci tutto ciò che chiediamo e poi si vedrà se è il caso di continuare o meno. 
Il governo vorrebbe un impegno sottoscritto in cui la Lega  dichiari il suo sostegno sino a fine legislatura, con la promessa che ciò che chiede sarà concesso, ma a rate (ad esempio: tra un mese avrai questo, tra sei quest'altro e così via).
Dal momento nessuno dei due sarà disposto a cedere sulle rispettive posizioni, il vertice si risolverà con un nulla di fatto, alla fine del quale si dirà che l'incontro decisivo è rimandato a data da destinare, il che vorrà dire che nessuno dei due ha voluto legare le proprie sorti a quelle dell'altro, e che entrambi gli attori vogliono avere le mani libere. Tradotto ulteriormente significa: la crisi di governo è di fatto aperta.




Oggi 7 giugno, cosa scrivono i giornali:
Il Fatto quotidiano:La Lega apre al voto anticipato

Il leader del Carroccio furioso: "Urne prima possibile". Ma il premier insiste: "Dureremo fino al 2013". Per quanto Alfano riferisca di un incontro positivo, il senatùr ha riunito i suoi nel quartier generale di via Bellerio in serata per certificare il fallimento dell'alleanza con il Cavaliere. Rimasti disattesi tutti gli impegni sul tavolo
L’alleanza tra Lega e Pdl “è rafforzata, la maggioranza è solida” e lo sarà “fino al 2013″. E’ affidato al segretario politico Angelino Alfano il compito di comunicare l’esito del vertice ad Arcore traUmberto Bossi e Silvio Berlusconi. Ma è solo facciata. O, per dirla con il Senatùr, sono “le solite parole”. Il leader del Carroccio si è così sfogato in serata riunendo i suoi in via Bellerio per certificare il fallimento del tavolo con il leader del Pdl. Non solo un nulla di fatto, dunque. 
 L’impressione è che tutto sia stato rinviato, in attesa della verifica parlamentare chiesta dal Quirinale, dei referendum, ma soprattutto di maggiori dettagli sulla manovra da 40 miliardi allo studio per tendere al pareggio di bilancio da qui al 2014. Manovra che il Tesoro vorrebbe spalmare in due tranche da 5 miliardi ed una, pesantissima, da 30.

Oppure, si legga La Stampa I leghisti non brindano
Per dire invece del low profile leghista: oggi la Padania aprirà il giornale con il titolo «una Milano da spavento», riferendosi alle proteste degli estremisti pro Palestina contro la settimana israeliana in programma nel capoluogo lombardo. Dunque focus sulla città governata dal neo sindaco Giuliano Pisapia, non sul vertice di Arcore. «E già questo dice molto di quale valutazione si dia in via Bellerio dell’incontro con Berlusconi», prosegue la fonte. Dopo Arcore infatti il Senatur si è chiuso un paio d’ore nel suo ufficio incontrando i colonnelli leghisti, poi alle 21 via verso casa, senza parlare coi giornalisti.
Su "IlSole24ore", Stefano Folli scrive nel suo editoriale: "La montagna di Arcore ha partorito un topolino" L'incontro di Arcore,l'esito, un fallimento annunciato

sabato 4 giugno 2011

La scissione: sbocco inevitabile del Popolo della libertà

C'è un "doppio vincolo" che lega i dirigenti di quel partito allo sconfitto: la sua presenza impedisce una dinamica centrifuga, ma la sua assenza avvierebbe un reale processo di chiarimento interno. Quindi, da un lato non possono fare a meno di lui se vogliono evitare quella che ormai viene definita una balcanizzazione del "cartello" elettorale; e, dall'altro, per rilanciare il "cartello" occorrerebbe che lo sconfitto si facesse da parte. Il "doppio vincolo" produce però a lungo andare "effetti perversi": più lo sconfitto permane più la situazione rischia di esplodere, più la situazione si fa implosiva e più si fa forte l'esigenza della sua permanenza. Ma anche lo sconfitto ha capito la posta in gioco: questi non vogliono farmi fuori perché non possono fare a meno di me, ma allo stesso tempo vorrebbero farmi fuori per far i loro giochi di potere. 
Insomma, il "doppio vincolo" li rende reciprocamente diffidenti. Gli attori è come se stessero dicendo: "La fiducia mi rende vulnerabile, perciò non devo correre rischi"; e la predizione inerente è dunque: "L'altro vorrà approfittarsi di me". Questo spiega il "caos piatto" che ho descritto qualche giorno fa. Ma gli attori sono consapevoli che non possono restare a lungo prigionieri di questo "doppio vincolo". Se permane questa situazione di stallo, da un lato non si può andare avanti nel processo di cambiamento a causa della permanenza dello sconfitto, ma dall'altro non si può neanche rimanere in queste condizioni rischiando da un momento all'altro l'implosione.


Come si sbloccherà questa situazione?
Primo scenario: la scissione.
Gli attori sono entrati nel gioco perverso de' "Il dilemma del prigioniero". La cosa migliore per entrambi gli attori sarebbe che cooperassero: ad esempio, che lo sconfitto desse garanzie che entro un limite di tempo ragionevole uscisse di scena e che il partito cessasse ogni forma di ostilità o di rivendicazione. Ma, essendo venuta meno la fiducia tra le parti, questa soluzione non è più praticabile. Non ci sono più le condizioni per agire nell'ambito di una reciproca fiducia. Il partito sa che lo sconfitto vorrebbe che lo assecondassero in tutte le scelte come ha sempre fatto. Ma questa scelta comporterebbe il massimo vantaggio per lo sconfitto e una perdita secca per il partito. Da parte sua invece lo sconfitto sa che il partito mira a che lui si faccia spontaneamente da parte lasciando al partito piena libertà di decidere del suo futuro. Ma questa soluzione sarebbe una perdita secca per lo sconfitto e un vantaggio pieno per il partito. La soluzione che a questo punto si prospetta è una scissione, la quale, pur danneggiando entrambi gli attori, risulta comunque il male minore: la parte che si scinde acquista la sua autonomia ma a costo di una riduzione della sua forza; lo sconfitto otterrà il suo scopo di avere un partito ai suoi ordini ma ridotto nella forza. La parte scissa compenserà la sua debolezza "alleandosi" con il Terzo polo (anche nella speranza di attrarre un altro pezzo di Pd).
Secondo scenario: crisi di governo.
A questo punto si apre una crisi di governo: per segnalare un processo di discontinuità con la vecchia maggioranza, questa nuova fazione toglierà la fiducia al governo.
Terzo scenario: governo tecnico.
Per dare modo alle nuove forze in gioco, al fine di strutturasi sul territorio, si voterà la fiducia a un governo tecnico col compito di occuparsi di due temi precisi:
a) legge elettorale proporzionale
b) manovra finanziaria.
Quarto scenario: nuove elezioni.
Trascorso un anno si tornerà a votare. Col sistema proporzionale, ognuno correrà per sé. I giochi poi si faranno a urne chiuse.

martedì 31 maggio 2011

Il paradosso in politica: come comunica un leader-proprietario con il suo partito-azienda



Proviamo ad immaginare in quali condizioni si trovi oggi il gruppo dirigente del Pdl nei confronti del suo “leader-proprietario”. Possiamo condensare questa situazione con una espressione ripresa da Gregory Bateson: una situazione “paradossale”. Questa situazione paradossale è prodotta da un “doppio legame”. Come spiegano gli autori della Scuola di Palo Alto, «due o più persone sono coinvolte in una relazione intensa che ha un alto valore di sopravvivenza fisica e/o psicologica per una di esse, per alcune, o per tutte» (Watzlawick et alii, Pragmatica della comunicazione). Teniamo fermi i termini “alto valore di sopravvivenza” per comprendere questa dinamica paradossale. In questo contesto, il leader-proprietario dà al “suo” partito un messaggio paradossale, un messaggio che dev’essere disobbedito per essere obbedito (del tipo: Sii spontaneo, tu mi devi amare, ecc). Si tratta, insomma, di un’ingiunzione paradossale. Il messaggio è questo: «Insieme [sottinteso: con me come leader] si vince». Ora se il partito obbedisce al messaggio, il partito continuerà a perdere; se, invece, disobbedisce al messaggio (“per vincere non possiamo restare insieme”) il partito si frantuma, e con la frammentazione rischia di perdere lo stesso.
Il leader detta la linea al suo partito: anche se abbiamo perso comunque io resto. In un rapporto “normale” tra il leader e il suo partito le cose si svolgerebbero così: tu, come leader, sei stato sconfitto, tu devi lasciare la guida del partito. Non solo, ma non deciderebbe nemmeno chi debba essere il coordinatore. Sono atti che si compiono quando si è vincitori, non quando si è sconfitti. Anzi, è un atto che dimostra ancora di più agli occhi del partito come si vede il suo leader, ossia come leader-proprietario.
Non abbiamo a che fare con un partito "normale", ma siamo in presenza di un partito che ha sviluppato con il suo leader-proprietario una relazione “patologica”. Il partito si è trovato (dopo la batosta elettorale di ieri) davanti a questa ingiunzione paradossale: “se lui resta, continueremo a perdere”, ma “se lui non resta, perderemo l’unità del partito, e quindi siamo comunque destinati ad essere sconfitti” (la frammentazione indebolirà necessariamente il centrodestra). Cosicché il partito si trova a ragionare entro lo schema stabilito dal suo “leader-proprietario”, e ha soltanto due alternative: obbedire alla volontà del leader e naturalmente continuare a perdere le elezioni (e quindi disobbedire al suo messaggio); oppure, rifiutare di obbedire e perdere l’unità del partito. Nel primo caso, la dirigenza del partito pagherebbe l’accondiscendenza nei confronti del leader subendo una ulteriore punizione da parte del “proprio” elettorato; nel secondo caso, pagherebbe l’insubordinazione con una frammentazione del partito (il “leader-proprietario” potrebbe minacciare di fare subito un altro partito lasciando fuori tutti gli insubordinati: la “scissione” con Gianfranco Fini – a parti rovesciate – bisogna saperla leggere in questa chiave paradossale. Con la differenza che si trattava di una ristretta minoranza, la cui fuoriuscita è stata valutata come non significativa).
La soluzione per il partito sarebbe che il leader-proprietario lasciasse “spontaneamente” la guida del partito, ma sa bene che non lo farà perché non ci guadagnerebbe niente da questa scelta e avrebbe invece tutto da perdere. Come si può osservare, qualunque soluzione il partito volesse intraprendere rischia in ogni caso di sbagliare: sbaglia se decide di continuare sulla stessa linea, e sbaglia anche se decide di “costringerlo” alle dimissioni. Ecco perché, come ho detto all’inizio, i protagonisti di questa dinamica si trovano a vivere una condizione paradossale. Il perché siano andati a finire in tale situazione è sotto gli occhi di tutti. Dal momento che il partito e il suo leader hanno stabilito un legame di tipo complementare (sovra/subordinazione), era inevitabile che prima o poi si sarebbero venuti a trovare in una situazione paradossale. Ovviamente, dal momento che qualunque decisione prenda rischia di sbagliare, la paralisi nei loro rapporti sarà uno sbocco inevitabile: né il leader né il partito avranno il coraggio di fare una mossa che contraddice la loro esistenza. Ma la paralisi, causata da questo doppio legame è la soluzione peggiore; alla lunga si rivelarà sempre più insostenibile e rischia di generare un atteggiamento sempre più schizofrenico nei confronti della realtà (ossia di rifiuto della realtà). L’unica via d’uscita sarebbe quella di “convincere” il leader a lasciare senza minacciare di rompere l’unità del partito. Diciamo che lui potrebbe anche uscire di scena, se in cambio ricevesse “garanzie” precise dal suo partito. Ma l’unica garanzia che potrebbe convincerlo a fare un passo di questo tipo è una sorta di “immunità”, che in questo momento il partito non è in grado di assicurargli. Su questo punto il partito potrebbe tentare di mediare un accordo tacito con le opposizioni. Ma anche questa soluzione non è praticabile. Non credo che in questo momento possa esserci un’opposizione che possa fare da sponda alla richiesta di immunità del leader-proprietario. L’altra soluzione per evitare la paralisi sarebbe quello di stringere una sorta di “patto di fedeltà” tra tutti i big del partito, cioè “giurare” di rimanere uniti nel momento in cui decidono di “sfrattarlo” dal partito (e anche dal governo). Ma anche questa soluzione sarebbe un palliativo, perché il leader li scavalcherebbe immediatamente parlando direttamente al suo elettorato.
Riassumiamo:
primo scenario: la paralisi dei rapporti;
secondo scenario: garanzie immunitarie in cambio di rinuncia alla leadership.
terzo scenario: patto di fedeltà (congiura) per far fuori il leader.
Il primo scenario è logorante; il secondo è impraticabile; il terzo è troppo rischioso.
Cosa rimane dunque da fare per sfuggire a questa situazione paradossale? Resta soltanto questa strada: disobbedire al leader. In sostanza dopo aver valutato i pro e i contro si renderanno conto che l’unico modo per uscire dall’impasse è mettere nel conto una scissione. L’unica soluzione che rimane è quella
1) di richiamarsi alle regole del partito
2) convocare un Congresso straordinario

3) nominare un nuovo leader e mettere in minoranza quello attuale; a questo punto se la minoranza non accetta le decisioni della maggioranza subirà lo stesso trattamento che a sua volta ha dovuto subire Fini. Insomma, per uscire da questa situazione paradossale una piccola scissione bisogna metterla in conto.
Si può uscire da una ingiunzione paradossale non salvando capre e cavoli, ma scegliendo il male minore, e in questo momento rinunciare al proprio leader-proprietario nel caso in cui non accetti la linea del partito rappresenta il male minore. Altrimenti non rimane che un lento e inarrestabile logoramento. 

A mio fratello Vincenzo...

La mia anima serena come luce che penetra nel cosmo non arriva mai a una meta, ma viaggia solitaria in mezzo a tante nebulose planetarie, e ...