Richard Rorty, in un saggio su’ La storiografia filosofica: quattro generi (1988), suggeriva l’idea che la «storiografia filosofica» è una nozione che ha perso la sua utilità. Ebbene, se scorro i titoli dei manuali di filosofia più diffusi nelle scuole superiori del Terzo millennio, noto che la dicitura “Storia della filosofia” è completamente scomparsa, mentre, nei manuali adottati nel secolo appena trascorso questa dicitura era piuttosto frequente. Presento un elenco sommario in cui tale titolo compariva o dove, quantomeno, era suggerito nello stesso titolo un approccio storico allo sviluppo del pensiero filosofico:
F.
Adorno, T. Gregory, V. Verra, Storia della filosofia, 19792;
N.
Abbagnano, Storia della filosofia, 1988;
N.
Badaloni, O. Pompeo Faracovi, Il pensiero filosofico. Storia – Testi,
1992;
E.
Balducci, Storia del pensiero umano, 1986;
E.
Berti, F. Volpi, Storia della filosofia, 1991;
C.
Ciancio, G. Ferretti, A. Pastore, U. Perone, Profilo di storia della
filosofia, 1993;
M. Dal
Pra, Profilo di storia della filosofia, 1975;
N.
Merker, Storia delle filosofie, 1988;
A. Plebe, P. Emanuele, Storia del pensiero occidentale,
1989;
G. Reale, D. Antiseri, Il pensiero occidentale dalle
origini ad oggi, 1983;
E. Severino, Filosofia. Lo sviluppo storico e le fonti,
1991.
Se oggi prendo invece in esame i titoli dei manuali più diffusi
nei licei noto che il termine “storia” è completamente scomparsa nei titoli
(quantomeno nel titolo).
La storia della filosofia di Abbagnano, aggiornata da
Giovanni Fornero diventa: Con-filosofare, 2016; ulteriormente aggiornata
nel 2021 con la collaborazione di Giancarlo Burghi, ha come titolo Vivere la
filosofia. Il manuale di Franco Bertini s’intitola: Io penso, 2015. Luca
Guidetti e Giovanni Matteucci pubblicano nel 2013 Le grammatiche del pensiero.
Giovanni Reale e Dario Antiseri pubblica nel 2017, Il mondo delle idee.
Domenico Massari, La meraviglia delle idee, 2015. Umbero Curi, Il
coraggio di pensare, 2018. Gianni Gentile, Luigi Ronga, Mario Bertelli
pubblicano nel 2016 Skepsis. La filosofia come ricerca. Cioffi, Luppi,
Vigorelli, Zanette e Bianchi pubblicano nel 2014 Arché. Ruffaldi,
Carelli e Nicola pubblicano nel 2015 La formazione filosofica. Storia,
concetti e problemi della filosofia. Riccardo Chiaradonna e Paolo Capece
pubblicano nel 2018 Filosofia. La ricerca della conoscenza. Maurizio
Ferraris nel 2019 Il gusto del pensare. Alessandro D. Conti e Stefano
Velotti pubblicano nel 2010 Le costellazioni del pensiero. Autori testi
questioni della filosofia. Salvatore Veca, Giambattista Picinali, Duilio Catalano
e Stefano Marzocchi pubblicano nel 2020 Il pensiero e la meraviglia.
Dunque, per quanto riguarda almeno il titolo del manuale di
filosofia non esagero se dico che nei manuali dell’ultimo decennio assistiamo
alla morte (apparente) della “storia della filosofia”. Soltanto nel titolo,
appunto, perché poi al di là della facciata, ossia del frontespizio, nessun
manuale si sogna di impostare il discorso filosofico prescindendo dall’ordine
cronologico. Comunque, mentre il titolo Storia della filosofia, come
accadeva nei “vecchi” manuali, per quanto fosse poco “accattivante”, ne
rifletteva fedelmente il contenuto, i nuovi titoli, imposti ai manuali dei
licei, risultano essere più “ammiccanti”, anche se nascondono il reale impianto
storicizzante non diverso dai loro antenati manuali (naturalmente, prescindo
dal considerare tutti i nuovi apparati iconografici e interdisciplinari
predisposti secondo le Indicazioni nazionali).
Il manuale di Curi, Il coraggio di pensare, e quello
di Ferraris, Il gusto di pensare, al di là delle loro assonanze,
sembrano voler porre l’accento su un aspetto del “pensare”: etico per
Curi, estetico per Ferraris. Quale sia l’intento dello studio della
filosofia, Curi lo esplicita chiaramente sulla copertina: Una filosofia viva
per diventare maggiorenni. E, infatti, non a caso, sul retro della seconda
copertina troviamo citato la celebre frase kantiana: «Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti
della tua propria intelligenza»
(I. Kant, Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?, 1784).
Insomma, per Curi lo studio dei filosofi ha il compito di mettere lo studente
(futuro cittadino) nella condizione di difendere con coraggio le sue opinioni
con delle argomentazioni valide.
Maurizio Ferraris nel presentare il suo manuale si premura
di chiarire (a chi? Agli studenti o ai docenti? O a entrambi?) A che cosa
serve la filosofia? (Ora lo sappiamo): serve a orientarci nel mondo.
Purtroppo, però, Ferraris, nell’indicarci la “funzione” della filosofia,
dimentica di chiarirci la scelta del titolo. Da buono storico della filosofia,
egli sa benissimo che il termine “gusto” ha delle implicazioni filosofiche ben
precise. Il “gusto del pensare” potrebbe riguardare la questione del “piacere”,
ma i gusti non sono affatto sempre gli stessi, cambiano da soggetto a soggetto.
Il titolo potrebbe suggerire tanto l’idea che chi ha pensato (i filosofi) lo ha
fatto con gusto, vale dire hanno provato piacere nel pensare i propri pensieri,
quanto l’idea che chi “ripensa” i pensieri pensati (lo studente) potrebbe a sua
volta provare lo stesso “piacere” che hanno provato i filosofi.
Personalmente, a me il titolo suggerisce più un’idea “culinaria”:
di volta in volta, noi docenti facciamo assaggiare la cucina di Platone,
Aristotele, di Cartesio o di Nietzsche, almeno offriamo loro i piatti migliori,
così i nostri studenti ci dicono di volta in volta chi ha cucinato meglio.
Insomma, facciamo diventare la storia della filosofia qualcosa che s’avvicina
alla Prova del cuoco! Non me ne voglia, Ferraris! In questa mia
riflessione, come s’è (spero) intuito, non discuto del “contenuto” del manuale,
bensì soltanto del titolo, e si sa che i buoni libri non si debbono mai
giudicare dalla copertina e né dal titolo.
C’è tuttavia un aspetto che vorrei sottolineare e che non
vorrei sottovalutare: parecchi di questi manuali, nelle loro presentazioni
brevi, rivendicano con vigore l’attualità della filosofia. Il che, da filosofo,
mi fa pensare. È come se, in un certo senso, i vari autori di questi manuali
volessero giustificare nelle scuole del Terzo millennio la presenza di un insegnamento
“disciplinare” percepito oramai dalle ultime generazioni come una presenza
“anacronistica”.
Io credo che tra la scelta di questi titoli così
“accattivanti” e il bisogno di rendere attuale la filosofia ci sia come una
sorte di implicita e non confessata correlazione. Quando un tempo i manuali di
filosofia si chiamavano semplicemente Storia della filosofia o Profilo
storico della filosofia, nessun autore si sognava di rivendicarne
l’attualità. Il suo studio contribuiva al processo formativo dei giovani allo
stesso modo di qualsiasi altra disciplina. Lo studio della filosofia era
costitutivo alla formazione del discente e, talvolta, lo era più di qualsiasi
altra disciplina. Nessuno ne metteva in discussione l’insegnamento: né i
compilatori dei manuali, né gli insegnanti, né i discenti. Si discuteva e si
poteva discutere sul modo di insegnarla, ma non sul fatto di insegnarla.
Dagli anni Novanta questo assioma ha iniziato a incrinarsi.
In un mondo in cui la stessa istituzione scolastica comincia a essere percepita
come qualcosa di anacronistico, la prima disciplina ad essere investita da
questa crisi di sfiducia è propria la filosofia, la disciplina che più si è identificata
nel corso dei secoli con l’insegnamento scolastico. Non è mancato in quegli
anni chi ha avanzata la proposta di eliminarla del tutto e di diluirla
quantomeno nell’insegnamento delle varie scienze umane. E in effetti posso ben
dire che sono stati propri i manuali di filosofia (e di storia della
letteratura – altro insegnamento in crisi) quelli che hanno dovuto subire nel
nuovo millennio una maggiore ristrutturazione dal punto di vista contenutistico.
Poi, stranamente, grazie al successo dei tanti Festival della filosofia
si è scoperto che le persone erano affascinate dal dibattito filosofico, e
abbiamo assistito a un rilancio della filosofia nelle scuole. Tuttavia, quel
senso anacronistico del suo insegnamento non si è dissolto del tutto. Ed ecco
che molti autori di questi nuovi manuali sentono l’esigenza di rispondere alla
domanda: “A che serve la filosofia”, cioè di “giustificarla agli occhi dei suoi
fruitori (docenti e discenti). Domanda che – faccio notare – un autore di un
manuale di chimica, di inglese o di matematica non porrebbe mai ai suoi
lettori.
In quel “a che serve la filosofia” posso dire che c’è tutto
il dramma filosofico odierno, perché, posso ben dire, che la filosofia è nata
fin dalle origini per non servire a nessuno e per non essere al servizio di
nessuno. Con ciò non voglio rivendicare il fatto che la filosofia sia l’unica
disciplina che si sottrae a qualsiasi forma di servitù, semplicemente, intendo
dire, che quando s’insegna filosofia non bisogna mai dimenticare quali sono
state le sue origini, e che soltanto uno spirito “libero” (in senso lato) può
apprendere e comprendere un insegnamento filosofico, senza bisogno di inventarsi
orpelli “accattivanti”.
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