martedì 31 maggio 2011

Il paradosso in politica: come comunica un leader-proprietario con il suo partito-azienda



Proviamo ad immaginare in quali condizioni si trovi oggi il gruppo dirigente del Pdl nei confronti del suo “leader-proprietario”. Possiamo condensare questa situazione con una espressione ripresa da Gregory Bateson: una situazione “paradossale”. Questa situazione paradossale è prodotta da un “doppio legame”. Come spiegano gli autori della Scuola di Palo Alto, «due o più persone sono coinvolte in una relazione intensa che ha un alto valore di sopravvivenza fisica e/o psicologica per una di esse, per alcune, o per tutte» (Watzlawick et alii, Pragmatica della comunicazione). Teniamo fermi i termini “alto valore di sopravvivenza” per comprendere questa dinamica paradossale. In questo contesto, il leader-proprietario dà al “suo” partito un messaggio paradossale, un messaggio che dev’essere disobbedito per essere obbedito (del tipo: Sii spontaneo, tu mi devi amare, ecc). Si tratta, insomma, di un’ingiunzione paradossale. Il messaggio è questo: «Insieme [sottinteso: con me come leader] si vince». Ora se il partito obbedisce al messaggio, il partito continuerà a perdere; se, invece, disobbedisce al messaggio (“per vincere non possiamo restare insieme”) il partito si frantuma, e con la frammentazione rischia di perdere lo stesso.
Il leader detta la linea al suo partito: anche se abbiamo perso comunque io resto. In un rapporto “normale” tra il leader e il suo partito le cose si svolgerebbero così: tu, come leader, sei stato sconfitto, tu devi lasciare la guida del partito. Non solo, ma non deciderebbe nemmeno chi debba essere il coordinatore. Sono atti che si compiono quando si è vincitori, non quando si è sconfitti. Anzi, è un atto che dimostra ancora di più agli occhi del partito come si vede il suo leader, ossia come leader-proprietario.
Non abbiamo a che fare con un partito "normale", ma siamo in presenza di un partito che ha sviluppato con il suo leader-proprietario una relazione “patologica”. Il partito si è trovato (dopo la batosta elettorale di ieri) davanti a questa ingiunzione paradossale: “se lui resta, continueremo a perdere”, ma “se lui non resta, perderemo l’unità del partito, e quindi siamo comunque destinati ad essere sconfitti” (la frammentazione indebolirà necessariamente il centrodestra). Cosicché il partito si trova a ragionare entro lo schema stabilito dal suo “leader-proprietario”, e ha soltanto due alternative: obbedire alla volontà del leader e naturalmente continuare a perdere le elezioni (e quindi disobbedire al suo messaggio); oppure, rifiutare di obbedire e perdere l’unità del partito. Nel primo caso, la dirigenza del partito pagherebbe l’accondiscendenza nei confronti del leader subendo una ulteriore punizione da parte del “proprio” elettorato; nel secondo caso, pagherebbe l’insubordinazione con una frammentazione del partito (il “leader-proprietario” potrebbe minacciare di fare subito un altro partito lasciando fuori tutti gli insubordinati: la “scissione” con Gianfranco Fini – a parti rovesciate – bisogna saperla leggere in questa chiave paradossale. Con la differenza che si trattava di una ristretta minoranza, la cui fuoriuscita è stata valutata come non significativa).
La soluzione per il partito sarebbe che il leader-proprietario lasciasse “spontaneamente” la guida del partito, ma sa bene che non lo farà perché non ci guadagnerebbe niente da questa scelta e avrebbe invece tutto da perdere. Come si può osservare, qualunque soluzione il partito volesse intraprendere rischia in ogni caso di sbagliare: sbaglia se decide di continuare sulla stessa linea, e sbaglia anche se decide di “costringerlo” alle dimissioni. Ecco perché, come ho detto all’inizio, i protagonisti di questa dinamica si trovano a vivere una condizione paradossale. Il perché siano andati a finire in tale situazione è sotto gli occhi di tutti. Dal momento che il partito e il suo leader hanno stabilito un legame di tipo complementare (sovra/subordinazione), era inevitabile che prima o poi si sarebbero venuti a trovare in una situazione paradossale. Ovviamente, dal momento che qualunque decisione prenda rischia di sbagliare, la paralisi nei loro rapporti sarà uno sbocco inevitabile: né il leader né il partito avranno il coraggio di fare una mossa che contraddice la loro esistenza. Ma la paralisi, causata da questo doppio legame è la soluzione peggiore; alla lunga si rivelarà sempre più insostenibile e rischia di generare un atteggiamento sempre più schizofrenico nei confronti della realtà (ossia di rifiuto della realtà). L’unica via d’uscita sarebbe quella di “convincere” il leader a lasciare senza minacciare di rompere l’unità del partito. Diciamo che lui potrebbe anche uscire di scena, se in cambio ricevesse “garanzie” precise dal suo partito. Ma l’unica garanzia che potrebbe convincerlo a fare un passo di questo tipo è una sorta di “immunità”, che in questo momento il partito non è in grado di assicurargli. Su questo punto il partito potrebbe tentare di mediare un accordo tacito con le opposizioni. Ma anche questa soluzione non è praticabile. Non credo che in questo momento possa esserci un’opposizione che possa fare da sponda alla richiesta di immunità del leader-proprietario. L’altra soluzione per evitare la paralisi sarebbe quello di stringere una sorta di “patto di fedeltà” tra tutti i big del partito, cioè “giurare” di rimanere uniti nel momento in cui decidono di “sfrattarlo” dal partito (e anche dal governo). Ma anche questa soluzione sarebbe un palliativo, perché il leader li scavalcherebbe immediatamente parlando direttamente al suo elettorato.
Riassumiamo:
primo scenario: la paralisi dei rapporti;
secondo scenario: garanzie immunitarie in cambio di rinuncia alla leadership.
terzo scenario: patto di fedeltà (congiura) per far fuori il leader.
Il primo scenario è logorante; il secondo è impraticabile; il terzo è troppo rischioso.
Cosa rimane dunque da fare per sfuggire a questa situazione paradossale? Resta soltanto questa strada: disobbedire al leader. In sostanza dopo aver valutato i pro e i contro si renderanno conto che l’unico modo per uscire dall’impasse è mettere nel conto una scissione. L’unica soluzione che rimane è quella
1) di richiamarsi alle regole del partito
2) convocare un Congresso straordinario

3) nominare un nuovo leader e mettere in minoranza quello attuale; a questo punto se la minoranza non accetta le decisioni della maggioranza subirà lo stesso trattamento che a sua volta ha dovuto subire Fini. Insomma, per uscire da questa situazione paradossale una piccola scissione bisogna metterla in conto.
Si può uscire da una ingiunzione paradossale non salvando capre e cavoli, ma scegliendo il male minore, e in questo momento rinunciare al proprio leader-proprietario nel caso in cui non accetti la linea del partito rappresenta il male minore. Altrimenti non rimane che un lento e inarrestabile logoramento. 

Crisi della sinistra, blocco sociale, Franco Cassano

Caro Oude, qualcosa alla sinistra, qualche mese fa, avevo dedicato, ma lo avevo fatto alla maniera tradizionale, applicando le solite categorie della politologia. Tra non molto, compierò un cambio di passo, cioè lo farò applicando le mie categorie. Se finora non mi sono cimentato nell'analizzare le dinamiche del centrosinistra, l'ho fatto per una ragione ben precisa: i suoi "destini" - come del resto quello di tutti gli attori sociali sulla scena politica - sono legati alla fine del berlusconismo.
Come ha affermato qualcuno saggiamente con la fine del berlusconismo - inteso come orizzonte politico e non "culturale", che, ahimé, continuerà a resistere ancora per qualche decennio -  finirà anche l'antiberlusconismo, e s'apriranno scenari nuovi. L'intero quadro politico cambierà. Non a caso ho paragonato questa fase politica alla stagione di "Mani pulite", quando il paese fu preso da un'ansia di cambiamento e di rinnovamento (e poi sappiamo come andò a finire). Anche in quella stagione la sinistra non fu capace di interpretare la domanda di cambiamento che arrivava dal paese, nonostante che avesse "il vento in poppa"; domanda che invece fu in grado di intercettare proprio Silvio Berlusconi, che in quegli anni apparve come l'elemento nuovo che scompaginava i "vecchi" giochi della politica.  Adesso non sto qui a discettare sulle ragioni del perché lui fu capace e la sinistra no, sta di fatto che le cose andarono così (e la tua citazione sulla Tuileries è più che appropriata!). Ora, non si tratta nemmeno di dire che all'orizzonte, dopo Berlusconi, ci sarà un altro demagogo pronto a prenderne il posto (anche se non è un'ipotesi da escludere, dal momento che in Italia pare che siamo vittime ciclicamente di questi figuri), ma di domandarsi: riuscirà questo centrosinistra a tradurre propositivamente questa domanda di cambiamento che sale nel paese, o preferirà crogiolarsi nella sua "effimera" vittoria e pensare di vivere sugli allori guadagnati? Il blocco sociale del centrodestra si trova nella medesima situazione di smarrimento e di disorientamento in cui si è trovato negli anni di "mani pulite", ma sono bastati pochi mesi per ricompattarsi e trovare la strategia politica vincente. Non bisogna dimenticare che uno dei difetti maggiori del centrosinistra è di essere a conti fatti una forza minoritaria nel paese, e che quando vince non vince perché ha allargato il consenso, ma vince perché l'elettorato di centrodestra è nauseato dei suoi rappresentanti. Da tutti i commenti che ho sentito, ho capito che gli esponenti del centrodestra sono perfettamente consapevoli di ciò. Ecco perché per costoro, in questo momento, il problema è di sgombrare il campo da un personaggio ingombrante ed imbarazzante, e soprattutto di trovare la strada giusta per farlo.

lunedì 30 maggio 2011

Lasciatemi esprimere le mie soddisfazioni

Anzitutto, lasciatemi esprimere come simpatizzante la gioia per quel che di straordinario è accaduto in queste ore in Italia: come italiano mi sento riscattato da questo risultato; non devo più vergognarmi di essere tale agli occhi del mondo.

Adesso lasciatemi esprimere la soddisfazione come analista: avevo promesso che se le mie previsioni si fossero rivelate fallaci, avrei chiuso questo blog e cestinate le mie categorie analitiche.
Come ognuno può constatare, due settimane fa avevo calcolato in base a un'analisi effettuata la vittoria di Pisasia al 55%. Non so se qualche visitatore si domanderà se ho tirato a indovinare scrivendo quel risultato.  Può darsi, ma può darsi anche che abbia utilizzato una particolare metodologia, che non svelerò apertamente. L'unica cosa che posso dire è che nelle mie analisi non uso le tradizionali categorie della politologia, ma quelle che elaboro continuamente nella mia teoria etoanalitica.
Adesso aspetto lo sviluppo dei prossimi scenari.
Pagina Google: digitando "ballottaggio, Milano" ecco cosa appare in prima pagina
brunocorino: Come finirà il ballottaggio a Milano: 55% a Pisapia

19 mag 2011 ... Come finirà il ballottaggio a Milano: 55% a Pisapia. C'è attesa, una grande attesa su ciò che accadrà tra dieci giorni a Napoli e a Milano...
brunocorino.blogspot.com/.../vi-dico-come-andra-finire-il.html - Copia cache
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domenica 29 maggio 2011

Mancanza di immaginazione

Continuo a seguire i commenti degli "autorevoli" opinionisti: comunque vada non cambierà niente! Non ci sarà nessuna implosione. Ci sarà soltanto una lenta e lunga agonia del berlusconismo. Tutt'al più. Berlusconi per quanto ferito ha una riserva di vitalità sorprendente (Amicone). Beato lui!
Libero evoca un articolo di Giampaolo Pansa: la sinistra aspetta la sua Piazzale Loreto. Come si vede non si ha la capacità di andare oltre il tema della paura. Una tizia cerca di convincere se stessa (e noi) che in realtà le cose siano alla fine rimaste invariate. In fondo, dice, basta guardare i flussi elettorali per vedere che non c'è stato un grande spostamento (sic!). Cioè, il terreno politico sta franando e questi s'aggrappano ai flussi elettorali!
Questi commentatori dicono che quando sbagliano i magistrati la devono pagare; ma quando sbagliano loro invece cosa accade? Vengono cacciati a pedate dalle redazioni dei giornali? Ma no, in fondo non fanno danni all'umanità, ma soltanto ai loro lettori. Dovrebbero essere dunque i lettori a prenderli a pedate quanto verificano che le cose vanno nel verso opposto da come avevano previsto.
La verità è che non sono capaci di comprendere ciò che sta accadendo in Italia. Sono privi di immaginazione o sono soltanto spaventati. Non hanno capito che siamo di fronte a una crisi di sistema, paragonabile, per alcuni versi, alla stagione del 1992/93, quella per inteso che va sotto il nome di "Mani pulite", che portò a un'implosione del sistema politico.


Ore 19.30
A Milano aumenta l'affluenza al voto rispetto al primo turno; dal momento che il centrodestra si è aggiudicata tutta l'area dell'astensionismo, questo aumento dovrebbe valutarlo come un segno positivo a suo favore. Penseranno: i milanesi che non ci hanno votato al primo turno, dopo questa "minacciosa" campagna elettorale usciranno dalla loro indecisione. Tranquilli. L'aumento è dovuto soltanto al fatto che l'elettorato di sinistra aveva più voglia e più fretta di andare a votare.  

sabato 28 maggio 2011

"Cupio dissolvi" del premier: il catalogo è questo

Mai s’era visto a memoria d'uomo qualcuno fare tanti errori uno dopo l’altro nel corso d'una campagna elettorale.
Il catalogo è questo:

  1. aver scelto candidati sbagliati (per sua stessa ammissione);
  2. averlo ammesso alla vigilia del voto;
  3. aver cambiato bruscamente idea sull’intervento militare in Libia;
  4. aver definito i giudici di Milano “brigatisti”;
  5. non aver preso le distanze dai manifesti infami su’ “I giudici br”;
  6. aver definito i giudici “cancro” da estirpare;
  7. aver nominato nove sottosegretari in un momento di crisi economica acuta del paese;
  8. aver taciuto per diversi giorni dopo la sconfitta al primo turno (si sa che i veri leader sanno essere tali nei momenti di difficoltà);
  9. aver invaso i telegiornali con spots mascherati da interviste;
  10. aver detto: "mi impediscono di parlare";
  11. aver puntato tutto sul tema della paura trasformando la campagna elettorale in una parodia;
  12. aver promesso al suo alleato il trasferimento di due ministeri e fatto subito marcia indietro;
  13. aver detto che chi vota a sinistra è uno senza cervello;
  14. aver detto alla fine della campagna elettorale che il voto di domenica e lunedì non avrà nessuna incidenza sul governo, rimangiandosi quanto aveva ripetuto nel corso della campagna elettorale;
  15. aver denigrato all’estero il proprio paese parlando di dittatura dei giudici;
  16. averlo ripetuto davanti alla conferenza stampa internazionale attaccando i giornali.

Ho provato ad elencare sommariamente soltanto gli errori più clamorosi, qualcuno m'è sfuggito (il lettore me li può suggerire), altri se ne potrebbero aggiungere. La sensazione che ho avuto è che questa campagna elettorale sia stata guidata da un vero “pasticcione” della comunicazione. Come si direbbe, non ne ha azzeccata una. 
Quello che aveva costruito le sue fortune politiche più per come riusciva a vincere le competizioni elettorali che non per come riusciva a governare, adesso si vede ritorcere contro proprio questo mito. In futuro negli annali della storia repubblicana sarà ricordata come la campagna elettorale peggiore dal punto di vista del marketing. Qui si tratta d’aver operato un vero e proprio “cupio dissolvi”, cioè il premier sembra esser stato preso da un vero e proprio raptus autodisfattivo.
Vedrete che nella prossima settimana il conto che i suoi amici gli presenteranno sarà più o meno questo.
Ascoltavo "autorevoli" (sic!) opinionisti dire che questo governo durerà sino alla fine della legislatura. Ebbene, una volta tanto mi permetto il lusso di fare una profezia e non una previsione: cadrà intorno alla data dei referendum di giugno.
Leggo, sempre a proposito di questi commentatori politici cosiddetti autorevoli (sic!), che comunque sarà l'esito elettorale la maggioranza dovrebbe darsi obiettivi chiari e costruttivi. Poniamo il caso (per assurdo) che l'esito non sia del tutto sfavorevole alla maggioranza, pensate davvero che il governo si dedicherebbe seriamente a risolvere i problemi del paese, o non pensate piuttosto che, forte del mandato ricevuto, continuerebbe a portare avanti con maggiore determinazione la sua azione contro la magistratura? a invocare commissioni d'inchiesta nei confronti dei pm milanesi, ecc.? Insomma, signori opinionisti, in quale pianeta vivete?   

venerdì 27 maggio 2011

Vittimismo d'accatto. La strategia comunicativa del premier

Il 21 maggio scrissi questo post La prepotenza mediatica riuscirà  invertire la rotta?, che finiva così: «Una previsione semplice semplice possiamo farla: se nella prossima settimana registreremo una diminuzione verticale dei suoi comizietti televisivi vuol dire che ha preso atto che la strategia comunicativa era sbagliata e che non ha dato l’esito sperato. Insomma, che per la vittoria elettorale la sua presenza massiccia e prepotente non costituisce più un valore aggiunto, anzi comincia a rappresentare un fattore che danneggia il suo stesso schieramento politico. L’esposizione mediatica rappresenta dunque una buona cartina di tornasole per capire l’indice di gradimento dell’elettore». Come è noto la presenza comunicativa del premier dopo quella massiccia occupazione dei tg si è effettivamente “moderata”, non certo a causa delle multe dell’Agcom (che in altri tempi non avrebbe neanche preso in considerazione), e neanche perché non ha dato gli esiti sperati, che, come avevo anticipato, non poteva assolutamente dare. La “moderazione” mediatica aveva in realtà tutt’altro obiettivo, che adesso, collegandolo a quanto è accaduto ieri al vertice G8, m’è apparso del tutto chiaro.
Il cavaliere sapeva benissimo che dopo quella invasione massiccia nei tg ci sarebbe stata una reazione negativa. Secondo me, era stata artatamente combinata in quella maniera così “provocatoria” proprio perché si voleva che venisse sanzionata. Scattata la sanzione si poteva mettere in atto la seconda parte del piano, quella di poter dire: “Mi impediscono di parlare”. Più che sull’effetto che quelle interviste potevano avere nel convincere l’elettorato, avevano lo scopo, dopo la sanzione inevitabile, di poter rilanciare la sua carta preferita, quella risultata vincente in altre competizioni elettorali: la carta del vittimismo.
Consideriamo l’uscita di ieri al vertice G8: cosa s’aspettava Berlusconi che Obama desse veramente credito alle sue persecuzioni giudiziarie? Lo scopo, anche in questo caso, è ben altro: presentarsi ancora una volta come vittima, ma non agli occhi del mondo bensì del paese. Ascoltando un po’ di giudizi mossi in sua difesa, la linea è questa: vedete non può neanche sfogarsi un attimo con qualcuno che tutti gli danno addosso! Si decontestualizza la modalità d’approccio messa in atto dal premier per avvicinare Obama, e si focalizza tutta l’attenzione sul momento dello sfogo.
Anche in questo caso, come nel precedente, sta facendo leva sull’arma del vittimismo. Insomma, il ruolo del perseguitato, secondo le sue valutazioni, è quello che gli può giovare di più in questo scorcio di campagna elettorale in termini di recupero di voti dal suo tradizionale elettorato. Questa è la modalità che il premier ha scelto con il “suo” elettorato in questa fase, e credo anche che su di esso, demotivato in questo momento, qualche presa faccia, anche perché, e lo dico con rispetto, i suoi avversari non hanno capito quale sia il vero scopo di queste mosse.




Ps. riporto questo articolo di Mario Ajello apparso su' Il Messaggero giovedì 26 maggio; qui si parla di Vittimismo d'attacco, ma credo che sia più appropriato parlare di Vittimismo d'accatto.

giovedì 26 maggio 2011

La banalità del capo

"Chi vota a sinistra ha lasciato a casa il cervello".


Offese del genere, fino a qualche mese fa, avrebbero indignato. Oggi fanno soltanto ridire. Ieri seguivo 8 e mezzo, e, a un certo punto, quando la Gruber ha chiesto al candidato del centrodestra di commentare le parole offensive del premier, ho notato che Lettieri ha glissato. Non appena la conduttrice ha fatto il nome del suo leader (o ex, a questo punto), io me lo immaginavo fare un gesto scaramantico sotto la scrivania. Questi sintomi fanno capire come il clima politico in Italia sia cambiato in queste ultime settimane. Da vari e diversi segnali osservo che sono già in tanti a scaricare il cavaliere. Perfino il fido Belpietro avanza critiche al suo operato. Per tacere di quello che ha dichiarato il "soldato" Sallusti (leggi mio commento qui).

mercoledì 25 maggio 2011

Aspettando il crollo del “muro di Arcore”

Facce tese, sguardi fissi, mani congiunte che tradiscono nervosismo, tic, gesti alterati e il capo, chiuso nel suo bunker mediatico, che aspetta ogni sera il vaticinio degli àuguri: tante nuvole nere s’addensano all’orizzonte, e tanti corvi dalla chioma incanutita volano sopra la statua pronta a crollare dal suo piedistallo. I pochi giorni rimasugli di questa settimana sono giorni sospesi, giorni messi in pausa, giorni di riflessione in cui s’affilano le tattiche, si elaborano le strategie. Sono giorni in cui si pensa soprattutto a come arginare i danni, a come restare in piedi anche domani.

martedì 24 maggio 2011

Berlusconi e il tramonto del pdl

Le mie analisi sugli scenari futuri – che in questi giorni ho focalizzato soprattutto su quelli politici – sono basate su alcune premesse che hanno la loro fonte ispiratrice nella etoanalisi. La capacità di poter “prevedere” eventuali scenari rappresenta per me un modo per verificare la validità stessa della teoria. Pertanto, anziché esplicitare i presupposti della teoria, mi concentro, in questo luogo, sui possibili campi di applicazione che essa mi permette di effettuare.
Dunque, nella “teoria dell’elettore indeciso” avevo parlato di alcuni probabili scenari che queste elezioni amministrative avrebbero configurati. Avevo scritto (9 maggio) che per stanare l’elettore indeciso il mezzo a cui di solito si ricorre è la paura: «Negli ultimi scorci di campagna elettorale assisteremo ad una crescente messa in atto di scene di panico. Quali sono le paure classiche su cui uno schieramento politico può far leva per suscitare timori nell’elettorato indeciso? In primo luogo l’economia: suscitare i fantasmi dell’inflazione, della disoccupazione, o delle tasse. In secondo luogo la minaccia alla propria sicurezza. In una campagna amministrativa, il primo senso di paura viene percepito meno perché si tratta del governo delle città, mentre il secondo ha una efficacia più tangibile. Se questa mia teoria è valida assisteremo negli ultimi giorni di campagna elettorale a un’escalation di paure e di tensioni al fine di spingere gli elettori ad uscire dalla loro indecisione e a votare quella parte politica percepita come meno dannosa per le proprie sorti».
Lo scenario prossimo che prevedo è che assisteremo a una forte tensione tra il cavaliere e la Lega, dovuta soprattutto al modo disinvolto con cui il primo ha usato le armi della paura, tradizionalmente appannaggio dei leghisti, cioè questo modo sarà fonte di tensione fortissima. Infatti, è sotto gli occhi di tutti le “scene di panico” che sono state artatamente messe al centro di questa campagna elettorale dal centrodestra. Tuttavia, quando queste scene sono troppo caricate ed esagerate finiscono con l'essere trasformate in caricature, e con il provocare, involontariamente, un effetto parodistico. Se, in effetti, ci fosse uno schieramento politico che tutti i giorni martellasse in modo insistente sul fatto che se Caio vincesse a Forloppoli si scatenerebbe il diluvio universale, anziché suscitare timore una tale iperbole finirebbe con suscitare ilarità, e chi la alimenta si coprirebbe di ridicolo.
Qui sta l’errore madornale del centrodestra commesso in questo scorcio di campagna elettorale. Il sentimento di paura per far presa sul prossimo deve essere distribuito a piccole dosi, preso a dosi massicce ottiene l’effetto contrario, anziché far tremare fa ridire. Il bello è che non fa ridere soltanto chi doveva essere spinto ad uscire dalla propria indecisione, ma fa ridere soprattutto chi aveva già deciso da che parte votare. La parodia della paura ho un effetto deleterio soprattutto su quella parte di elettori che aveva già deciso, anche per altri motivi, di votare per il centrodestra. Ora, una parte di questi elettori si sentirà coperta di ridicolo. E di questo senso di ridicolo soffriranno soprattutto gli elettori leghisti, che sul sentimento di paura, che fino a ieri hanno saputo gestire in modo oculato, hanno costruito il mito del loro successo politico. Veder prese in giro o parodiate le loro tradizionali armi della paura – “il clandestino” , “lo zingaro”, “l’omosessuale” – non può che generare un senso di rancore nei confronti di chi si è preso superficialmente “gioco” di quelle paure che loro hanno in somma considerazione.
Chi seguirà i commenti post-elettorali vedrà che l’accusa maggiore, mossa al cavaliere, sarà proprio quella di essersi sentiti scavalcati dalla sua campagna di terrore che ha finito con il ridicolizzare (i leghisti diranno con lo “esagerare”) il tradizionale terreno di consenso, e che questa mossa li ha fortemente nuociuto. Poi è naturale che quando due persone cominciano a litigare tirano fuori tutto il rancore e il risentimento che hanno accumulato nel corso degli anni, scambiandosi reciproche accuse, e risalgono nell’elenco di queste accuse reciproche sino all’epoca della preistoria o di Adamo ed Eva. Insomma, diffidate da coloro che dicono che comunque vadano a finire questi ballottaggi i rapporti tra il cavaliere e la lega non cambieranno. Aspettiamoci, invece, un bel diluvio di accuse reciproche!

lunedì 23 maggio 2011

La fucina dell'odio: De Magistris "forcaiolo"

Stamane ho letto il commento di un lettore de' Il giornale nel quale si diceva che  "se Napoli vota il floppista protetto dalle immunità europee, io cancello ogni riferimento su Napoli da tutte le mie cartine geografiche e butto al macero ogni libro o canzone che parla di questa città". Vedete, a me (ma credo ad ogni persona con un minimo di buon senso) non sarebbe mai passato di mente l'idea di pensare che se a Napoli vincesse Lettieri io ecc. ecc.. La cultura napoletana, le sue straordinarie canzoni, i suoi grandi attori e commediografi, Totò, Eduardo, Troisi,  non hanno nulla a che spartire con una contesa elettorale: i sindaci passano, ma loro restano. E non mi sfiorerebbe l'idea nemmeno se il 99% dei napoletani votasse compatto per Lettieri. Perché dunque mostrare questo disprezzo nei confronti di una parte (fosse pure la maggioranza) della città quando non è d'accordo con te? E' lo stesso disprezzo che Hitler, chiuso nel suo bunker, nutriva nei confronti del popolo tedesco, il quale, nonostante tutto il sangue versato per farlo vincere, non era degno di sopravvivergli e doveva miseramente perire annegato. Uno sarebbe portato a dire: calma, ragazzi, si tratta di una contesa elettorale, non si tratta mica di decidere le sorti dell'Universo intero. Dove ha origine tutto questo odio? Dove porterà tutto questo odio? Dove sono stati allevati e incubati questi piccoli essere paranoici? Dov'è la loro fucina? Non è forse venuto il momento di smantellarla e di guardare a chi non la pensa come te non come un nemico da distruggere ma come un avversario con cui confrontarsi?

leggete il commento:

Quando cade la foglia di fico che copriva le vergogne del potere

Sono tante le metafore che si potrebbero usare per descrivere o dare un'idea rappresentativa di ciò che sta accadendo in Italia alla vigilia di questa seconda tornata elettorale. Si potrebbe usare la metafora di un potere di governo che frana, quella di una diga che crolla, quella della caduta degli dei o del crepuscolo che cala su Palazzo Chigi, il crollo di un regno; si potrebbero usare metafore storiche: la notte dei lunghi coltelli, la Caporetto del governo, l'8 settembre del '43, la giornata di Liberazione; metafore cinematografiche: Le dieci giornate di Salò, Sodoma e Gomorra, Tutti a casa.

domenica 22 maggio 2011

Il significato de' "La lettera rubata" di Edgar Allan Poe: rapporti di potere

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Perché il centrodestra è destinato a perdere

Ricordate le campagne elettorali in cui Berlusconi stravinceva? In particolare quella del 2001 e l'ultima del 2008? Quale grossolano errore commetteva la strategia comunicativa dello schieramento opposto? Dipingendo Berlusconi come il "male assoluto" si determinavano due effetti negativi: primo, si provocava una grande sovraesposizione del proprio avversario; secondo, le proprie proposte risultavano del tutto sbiadite. Provocava dunque l'effetto di esaltare mediaticamente il proprio avversario, rendendolo protagonista assoluta della scena elettorale, e, per contrasto, di ridurre il proprio ruolo a comparsa. Nel bene o nel male, più si parla dell'altro meno si parla di sé. Più si parla dell'altro e più l'altro acquista fascino e col fascino aumentano le sue proprietà taumaturgiche. Si arriva a credere che l'altro abbia il potere di compiere qualsiasi miracolo. Tuttavia, quando il popolo attribuisce queste proprietà poi i miracoli se li aspetta davvero! Ma questo è un altro discorso.
Torniamo all'oggi. Quasi, per una regola del contrappasso, la strategia mediatica del centrodestra sta commettendo gli stessi errori che il centrosinistra commetteva nelle trascorse campagne elettorali: Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli sono dipinti come il fulcro di ogni male possibile. Ciò ha come effetto di aumentare l'esposizione mediatica dei due candidati e di sbiadire le figure dei loro competitori. La Moratti in questa campagna interpreta la parte dell'attrice comprimaria, quella che sostiene un ruolo importante, ma dopo quello del protagonista, che, invece, occupa tutta la scena mediatica. Insomma, aver focalizzata tutta l'attenzione su ciò che i candidati del centrosinistra faranno in caso di vittoria è stato un grave errore in quanto avrà come risultato quello di aumentare le loro probabilità di sopravanzare nelle urne gli avversari. Ormai, il centrodestra, preda di questa logica, non ha più tempo per correggere la rotta, voglio dire, in quest'ultima settimana che rimane non può smettere all'improvviso di dipingere i loro avversari come la fonte di ogni male, cercando di far emergere la propria posizione; una rotta, aggiungo, che lo porterà dritto dritto sulla via del disastro.






sabato 21 maggio 2011

La prepotenza mediatica riuscirà a invertire la rotta dell'elettorato milanese? La sfida Pisapia/Moratti

Ieri, scherzando (ma non troppo), parlavo dell'annuncio di fare Milano capitale. In queste ore circolano voci di trasferire due ministeri a Milano e uno a Napoli.  In fondo, non è che mi sia scostato tanto da ciò che si preparano a dire. Se potessero credo che lo farebbero davvero pur di vincere ad ogni costo questa partita elettorale. Adesso assistiamo a uno sproloquio mediatico del premier su tutte le televisioni compiacenti. Sarà un valore d'aggiunto per i suoi candidati? Non entrerò nell'esame dei contenuti dei suoi spots elettorali ospitati gratuitamente sulle reti nazionali (alla faccia di chi il canone lo paga!), che ognuno può valutare con discernimento. Ciò che a me interessa è analizzare la modalità comunicativa messa in atto dal premier.

venerdì 20 maggio 2011

Fenomenologia del politico borioso

Ogni voto ricevuto per un politico rappresenta un gesto di gratitudine. E' il modo che un elettore ha d'esprimere il suo grazie a ciò che un politico che ha fatto o che ha intenzione di fare per lui. Ma quando un politico riceve meno voti di quel che s'aspettava quali contraccolpi ha sul suo animo? Poniamo che un politico creda profondamente di aver dispensato tanti benefici ai suoi cittadini. Per tutti i benefici ch'egli crede di aver dispensato ora s'aspetta un segno di gratitudine, ossia s'aspetta una valanga di voti sul suo nome. Ma, anziché vedere il suo nome sommerso da un diluvio di crocette, questi segni di gratitudine sono al di sotto delle aspettative.

giovedì 19 maggio 2011

Come finirà il ballottaggio a Milano: 55% a Pisapia

C'è attesa, una grande attesa su ciò che accadrà tra dieci giorni a Napoli e a Milano. I sondaggisti mai come in questi giorni sono consultati come un tempo si consultavano gli oracoli prima della battaglia. Ognuno vorrebbe sapere dalla lettura delle viscere fumanti del paese quale sarà il responso dell'elettorato. Gli analisti, calcolatrici alla mano, fanno i loro calcoli: sommano, sottraggono, moltiplicano, dividono. I politici diventano scaramantici, toccano ferro e si mettono in tasca qualche cornetto. La posta in gioco è assai alta: tutti hanno compreso che non si decidono soltanto i due futuri sindaci della "capitale" economica del Nord e della "capitale" del Sud. In gioco non ci sono soltanto le sorti future di questa maggioranza raccattata di governo, in gioco v'è soprattutto il cosiddetto potere carismatico di Silvio Berlusconi. Questo potere per ben tre lustri è riuscito ad esercitare, anche se a fasi alterne, una forte attrazione sull'elettorato. Ora, a detta di molti osservatori, pare che questo potere abbia perso smalto.

lunedì 16 maggio 2011

Canetti, potente paranoico, sopravvivenza, massa

Vale sempre la pena di leggere e di rileggere questo breve ma denso saggio di Elias Canetti: Hitler secondo Speer (in Potere e sopravvivenza).

lunedì 9 maggio 2011

Chi vincerà le prossime elezioni amministrative? Teoria dell’elettore indeciso


Ogni esito di una competizione elettorale, checché se ne dica, viene decisa proprio da coloro che solo in prossimità del voto decidono cosa votare, vale a dire, paradossalmente, il risultato finale viene deciso proprio dalla categoria degli indecisi. Poniamo che su 100 votanti, 80 hanno espresso la loro intenzione di voto – e quindi hanno deciso per cosa votare – e 20 invece si dicono indecisi. Degli 80, 40 votato per uno schieramento e 40 per l’altro. Poniamo ancora che di quel 20% di indecisi un 10% decide di astenersi e che solo un 10% decide di schierarsi. L’esito elettorale, a questo punto viene deciso proprio da questo 10% che deciderà per cosa votare all’ultimo momento (o negli ultimi giorni). Se per ipotesi il 6% decide per lo schieramento “bianco” e il 4% per quello “rosso”, i bianchi vincerebbero con uno scarto di 2% (46% ai bianchi, e 44% ai rossi). A conti fatti chi decide un esito elettorale è un 2% di elettorali che aspetta l’ultimo momento per decidere da quale lato far pendere la bilancia dei voti. Naturalmente, questo ragionamento è valido soltanto nel caso in cui sussistano percentuali di elettori decisi equilibrate.

domenica 8 maggio 2011

Prevaricatore/sottomesso: stili interazionali


Il Prevaricatore

Osserviamolo all’opera: durante tutto il corso di una conversazione non fa altro che parlare di sé e far sentire la sua voce; la sua presenza sembra sovrastare su tutte le altre; il pronome che più pronuncia è “Io”; neanche s’accorge dello stato d’animo altrui: se siamo annoiati, interessati, attenti. Lui continua imperterrito a parlare, di sé soprattutto e/o di tutto ciò che può ricondurre al proprio sé; appare sempre concentrato sulla sua persona; lui crede che tutti i pianeti siano stati creati per orbitare intorno al proprio Io. A ogni minimo accenno di obiezione, gesticola, s’agita. Quando qualcuno avanza delle obiezioni, s’adira e comincia a denigrare il prossimo, ad umiliarlo, alzando persino il tono di voce; non sopporta d’essere criticato; come dire? Le sue idee non si discutono, ma si accettano. Semplicemente perché sono le migliori. Di tutto ciò che accade, la colpa è sempre degli altri. Per lui le cose sono semplici; complicarle è soltanto segno di non saper vivere; lui, dice di se stesso, d’essere un tipo diretto, immediato, impulsivo o istintivo; non ama le cose ibride, le situazioni ambigue, odia i luoghi equivoci; disprezza tutti coloro che hanno uno stile di vita diverso dal proprio; e, soprattutto, ama l’ordine, la precisione, la pulizia; dice sempre e ripetutamente che ogni cosa è stata creata per avere un suo posto. E se non lo dice, comunque lo pensa. Ma la cosa che più colpisce è il suo essere inespressivo; ha lo sguardo basso, sfuggente e ama le cose vistose, visibili, pacchiane, tutte quelle cose che non passano inosservate. Quando se lo può permettere gli piacciono macchine potenti, abiti costosi, grossi orologi, catene, catenine, anelli, anelloni; insomma, in una parola, è uno a cui piace “impressionare” il prossimo; incutere timore; annullare l’altrui personalità. Ah, dimenticavo: ama vivere in uno stato di sicurezza! Di lui diciamo soprattutto che è uno che sa imporsi in ogni circostanza, insomma che è un vero dominatore.


Il sottomesso
Il sottomesso è il complementare del prevaricatore, spesso vivono in simbiosi, in coppia, o accoppiati; è docile, ubbidiente, pronto a rispondere ai comandi che l’altro impartisce. Riconoscerlo è facile: d’ogni cosa negativa che accade se ne addossa sempre la colpa o la responsabilità; è perseguitato da un senso di colpa portato all’ennesima potenza. Attenzione, non lasciatevi ingannare da questa apparente arrendevolezza: chi si crede responsabile di tutto ciò che accade svela comunque uno smisurato senso del proprio ego (non dimenticate, che la sottomissione è una degradazione della prevaricazione); come se ogni evento dipendesse dal suo potere “malefico” di provocarlo! In mezzo agli altri appare sempre una persona discreta; scialba; sciatta; insignificante; ha scarsa cura di sé; è capace di ricevervi in pigiama; tutto scapigliato; tanto sa che la sua persona non suscita né interesse né attenzione. Fate persino fatica a ricordarne le sembianze o se ha aperto bocca nel corso della conversazione; a volte arrivate addirittura a dubitare della sua presenza; spesso vi domandate: ma eravamo in cinque o c’era pure un sesto? E sì, perché la sua è una presenza invisibile, tanto da sembrare un’ombra stampata sul muro; non indossa mai nulla di appariscente che possa richiamare l’altrui attenzione. Le sue opinioni o i suoi giudizi sono scontati, conformi a quello che pensa la maggioranza; è pronto a giudicare “strano” o “anormale” tutto ciò che si discosta minimamente dal gusto dominante; s’informa della moda, anche se non la segue, giusto per conoscere le tendenze all’ordine del giorno; legge ciò che legge la maggioranza; va a vedere i film che vede la maggioranza; vota come vota la maggioranza; agisce come agisce la maggioranza; perché ciò gli dà sicurezza, forza.
I colori che sceglie sono sempre spenti, come la sua figura; quando deve dire qualcosa chiede prima mille volte scusa; ha bisogno di trovare una giustificazione per tutto ciò che fa; quando deve passare in mezzo a dei tavoli, anziché far spostare qualcuno dalla sedia, preferisce fare il giro più lungo, perché ha timore di disturbare il prossimo; ed è anche facilmente impressionabile: ha paura dei tuoni, dei film di horror (ma non se ne perde uno); e poi è un sentimentale; facile alle lacrime, innamorato delle belle storie d’amore: perciò la sua casa è piena di riviste che sparlano degli altri; di ogni cosa gli piace cogliere l’aspetto emozionale; perciò è fortemente emotivo; e, talvolta, ansioso. Ama vivere in piccole cerchie, combriccole, avere pochi amici, ma buoni, o chiudersi nei confini della propria cerchia familiare, dove si sente sicuro e tranquillo, avere una vita regolare, ordinaria, priva di sorprese. Odia tutto ciò che sa di sfida, che tenta a destabilizzare l’ordine, e, soprattutto, evita e non sopporta le persone critiche, quelle che hanno un’idea originale, le quali gli sembrano dei folli o dei pazzi. Ancorano la loro esistenza a ciò che è sicuro, indiscusso, a ciò che non ammette repliche, a ciò che esprime forza e potenza.

Tutto ciò che è solido si fa liquido e si dissolve nell'aria



Superficialità/profondità: ecco una buona chiave di lettura per accedere all’opera di Georg Simmel (1858-1918). Lukács lo aveva definito il filosofo dell’impressionismo; Adorno aveva bollato la sua filosofia come “giornalismo”. Sul suo conto, si raccontano aneddoti gustosi (ma che svelano la leggera profondità della filosofia simmeliana). Meinecke racconta così il suo incontro con Simmel: «Quando egli venne, gli offrii da sedere; ma egli rimase in piedi e cominciò a tirar fuori dalla manica una filosofia della sedia e dell’offrire da sedere».

sabato 7 maggio 2011

Omero e la Musa

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Etoanalisi e letteratura

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venerdì 6 maggio 2011

Italo Svevo, le donne e la scrittura

Leggendo i tre romanzi di Svevo, Una vita, Senilità e La coscienza di Zeno, sono rimasto particolarmente colpito dal modo in cui lo scrittore racconta il primo approccio che i rispettivi protagonisti dei suoi romanzi hanno nei confronti delle donne di cui s’innamorano. Svevo farà dire a Zeno Cosini che «è decisivo il modo in cui s’avvicina per la prima volta a una donna».